Ritorno in Lessinia

NOTIZIARIO

Ritorno  in  Lessinia

4 giugno 2016 – Escursione di Terra antica alla riscoperta della storia e della natura della Valpantena e della  Valpolicella   

PROGRAMMA DEFINITIVO
h 7,15 Ritrovo alle presso il parcheggio del c.c. La Piazza a Favaro Veneto.
h 7,30 Partenza. Benvenuto e saluti del Presidente.
h 8,45 uscita autostradale Verona est direzione Val-pantena-Grezzana Strada Provinciale 6.
h 9,15 imbocco strada provinciale 14a direzione Erbezzo.
h 10.00 Arrivo ad Erbezzo. Sosta e breve passeggiata per apprezzare il paesaggio dei pascoli e dei boschi dell’alta Lessinia delle contrade con gli edifici ricoperti dalle scandole di pietra. Chi vuole può utilizzare il servizio navetta e arrivare a Malga Derocon.
h 11.00 Trasferimento al Ponte di Veja attraversando le contrade > Fagioli > Ronconi > Fosse > Sant’Anna d’Alfaedo > Vaggimal >Crestena)
h 11,45 Visita al complesso geologico del Ponte di Veja
h 12,45 Trasferimento al ristorante Al Tesoro (Via Fiorita 1, Corrubio di Sant’Anna d’Alfaedo)
h 13.15 Pranzo
h 14.45 Trasferimento a Sant’Anna d’Alfaedo visita del piccolo museo Paleontologico (Via Canova di Cer-na, 3. Il Museo si trova in fondo alla via che fiancheggia la Chiesa sulla sinistra.)
h 15,30 Trasferimento a Molina per la visita della contrada, del piccolo museo botanico (se operativo; via Bacilieri 19) e del parco delle cascate. Possibile alternativa di visita degli scavi nella Grotta di Fumane curati dall’Università di Ferrara.
h. 17,30 Trasferimento a Fumane per la visita dell’azienda Agricola Corteforte (via Osan di Sopra)
h 18. 15 rientro a Favaro Veneto.

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Alcune note introduttive sulle principali mete dell’escursione

Centro di educazione ambientale e di recupero della fauna selvatica Malga Derocon
Il recinto faunistico ha un perimetro di 2,8 km e comprende una zona fittamente boschiva che offre habitat ideale a camosci, cervi, caprioli e marmotte. La presenza di percorsi a piedi e altane interne al recinto permette ai gruppi, accompagnati dalla guida del Centro, di avvicinare gli animali senza recare loro disturbo e di osservarli nel loro ambiente naturale.
Nei pressi del Centro visitatori è stato realizzato un piccolo Giardino botanico, costituito da 60 nicchie naturali che raccolgono altrettante specie di alberi, arbusti, erbe e felci, diffusi nei boschi e nei pascoli circostanti. La visita al Giardino è guidata da pannelli descrittivi che illustrano le caratteristiche morfologiche ed ecologiche delle specie, nonché alcune delle loro proprietà farmacologiche.
Le piante presenti sono quelle tipiche della faggeta, del margine del bosco e delle radure pascolive, ossia le piante che il visitatore incontra lungo i sentieri della Lessinia.

Malga Derocon
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Il ponte di Veja
Uno dei principali fenomeni naturalistici dell’intera Europa: migliaia sono i turisti che ogni anno vengono a visitare questo straordinario fenomeno geologico di titanica possenza.
Il Ponte è situato a 620 m s.l.m., nel punto di incontro delle due vallette Crèstena e Fenile, sul lato destro del Vajo della Marchiora o Marciosa.
Il grandioso ponte naturale di Veja si presenta come un ar-chitrave di ingresso d’immensa caverna: si tratta, infatti, di un fenomeno carsico formatosi per azione erosiva dell’acqua sulle rocce calcaree che lo costituiscono.
Le rocce che formano il ponte sono di due tipi: i calcari ooli-tici che costituiscono i piloni, il rosso ammonitico che forma l’arcata.
Le dimensioni del Ponte sono eccezionali: l’altezza varia dai 24 metri del lato occidentale ai 29 metri di quello orientale; mentre lo spessore dell’arcata si differenza dai 9 agli 11 me-tri.

Ponte_di_Veia

Dell’immenso cavernose carsico, primigenio che ha originato il Ponte, restano un grande pozzo di crollo ripieno di massi franati ed alcune grotte poste alla base o, sotto il Ponte stesso.
Il nome “Vea” o “Veja” parrebbe derivare da termini cimbri come “vecla, vicla” cioè “acqua”, oppure da “wegla” cioè “vecchia”.
Nei primi decenni del secolo il Messedaglia afferma di avere raccolto nei centri abitati nei pressi del Ponte la dicitura “Ponte di Eva” o “de Egia”, che starebbe a significare “ponte dell’acqua, rafforzando quindi la sua derivazione da acqua.
Molti sono gli artisti che lo hanno rappresentato nelle loro opere: basti citare l’affresco del Mantegna del 1474.
Il Ponte di Veja non è solo fenomeno carsico, ma anche importante per le testimonianze antropologiche ritrovate nelle caverne sottostanti.
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Il museo paleontologico e preistorico di Sant’Anna d’Alfaedo
La sezione al pian terreno dedicata alla paleontologia si presenta divisa in due parti: la prima è riservata alla pietra di Prun, al suo utilizzo e alle tecniche d’estrazione; la seconda è destinata ad accogliere i reperti fossili ritrovati al suo interno.
La pietra di Prun, località nei pressi di Negrar, è una pietra sedimentaria formatasi nell’era mesozoica, durante il periodo cretaceo (intorno ai 70-65 milioni di anni fa ). In quest’era geologia il territorio di Sant’Anna e quello limitrofo era sommerso dal mare, per questo la pietra si presenta divisa in strati formatisi dai detriti che si accumulavano sul fondo del mare. Al suo interno si sono trovati fossili di vertebrati e di gasteropodi che abitavano queste acque.

Pietra_rosa

Il numero degli strati della pietra di Prun sono, salvo qualche eccezione, è sempre 72 con uno spessore che varia dai 3 ai 35 cm; al massimo ve ne possiamo trovare uno in eccesso o in difetto. I cavatori hanno dato un nome dialettale ad ogni strato che si rifà alle caratteristiche di colore, posizione e facilità d’estrazione dello strato stesso; ad esempio: “Zéntil” in base alla facilità nell’estrazione; “Biancon”, “Lastra grigia”, “Loa rossa” per la pigmentazione; “Meseta de banco”, “Pelosa de fondo”, “Corso ultimo” per la loro posizione, ecc. Ogni strato ha un utilizzo specifico nell’edilizia: vi sono due strati (53esimo e 54esimo) utilizzati per la costruzione dei tetti delle abitazioni; altri due strati (42esimo e 43esimo) impiegati per la costruzione di lavabo, uno strato (27esimo) per la pa-vimentazione dei cortili esterni, ecc.
Ogni strato è separato dall’altro da uno più sottile di argil-la, la cui presenza è fondamentale durante l’estrazione. L’estrazione della pietra di Prun comincia già nel XVIII secolo attraverso il metodo delle gallerie esterne: non essendoci mezzi meccanici per asportare il cappellaccio, lo strato che separa la pietra dall’humus in superficie formato da detriti non compattati, si cercava una parete di roccia che affiorasse naturalmente. Si rompeva dall’esterno e si scavava verso l’interno andando a creare delle lunghe gallerie: in questo modo rimaneva la parte soprastante della montagna ma per sostenerla rimaneva in loco anche parte della pietra che andava a formare delle grandi e massicce colonne. Tale tecnica, ancora visibile nelle cave di Prun, venne utilizzata fino alla seconda Guerra Mondiale quando si passò al metodo delle cave a cielo aperto, ancora oggi in uso. Con tale metodo l’estrazione non procede dall’esterno verso l’interno ma dall’alto verso il basso, andando così a togliere la parte boschiva o prativa che copre la pietra. Si facilita così l’estrazione della pietra: il taglio è solo in verticale e si effettua con un disco diamantato.

Reperti fossili
La selce si è formata per il deposito di gusci di gasteropodi che sono composti essenzialmente da silicio. Nelle zone di costa, dove si avevano avvallamenti particolari, si sono accumulati tutti i gusci e si sono fossilizzati. Il processo che interessa i nostri fossili è un processo di sostituzione: quando un animale o un mollusco morivano si depositavano sul fondo marino; affinché avvenisse la fossilizzazione era necessario che i detriti, le melme e i fanghi coprissero immediatamente il corpo dell’animale. A questo punto il carbonato di calcio, contenuto nei detriti (in particolare nella pietra di Prun), andava a legarsi al guscio del mollusco.
Da questa fossilizzazione si ottiene la selce. I reperti fossili esposti sono:
1. Le ammoniti fanno parte della famiglia dei cefalopodi . Il nome ammonite deriva dalla divinità egizia Ammon, la quale veniva rappresentata con delle corna d’ariete molto somiglianti alla forma a spirale del guscio del fossile. Tale guscio è composto da una serie di cellette ben distinguibili; si può capire l’età dell’ammonite osservando il suo guscio: maggiore è il numero di celle, maggiore era l’età dell’animale quando è morto. Presenti nei nostri mari a partire da 400 milioni di anni fa; intorno a 65 milioni di anni fa le acque si ritirarono in conseguenza a movimenti della crosta e in questo periodo le ammoniti scomparirono dai mari. Due sono le ipotesi circa la loro scomparsa: la caduta di un asteroide che modificò profondamente le condizioni ambientali portando la specie all’estinzione o un aumento improvviso di predatori. Quest’ultima ipotesi deriva dal fatto che gli ultimi esemplari di ammonite presentano un guscio con delle parti estremamente appuntite: si pensa appunto ad una specie di ultima arma di difesa.
Questi animali vivevano in zone costiere dove le acque non erano molto profonde. Per spostarsi facevano entrare dell’acqua nel guscio, la quale le faceva diventare più pesanti in modo tale da finire sul fondo del mare. Per salire facevano uscir l’acqua dal guscio e vi facevano entrare ossigeno. Le loro dimensioni sono molto varie, il loro diametro variava da 1 cm a 3 m.
2.Ricci di mare fanno parte della famiglia degli echino-dermi. Sono presenti a partire da 570 milioni di anni fa e si trovano tuttora nei mari. Ne esistono di diverse specie, ma la loro caratteristica comune è quella di avere il corpo diviso in cinque parti.
3. Rudiste: molluschi bivalvi che vivevano in colonie ancorate al fondo del mare, il cui guscio si è fossilizzato; il loro nome deriva dal latino rudis che significa ruvido. Le rudiste si sono estinte intorno a 65 milioni di anni fa, per lo stesso motivo delle ammoniti. La conchiglia della rudista poteva avere uno spessore anche di 10 cm, mentre l’altezza andava dai 2 cm fino ai 2 m.
4. Tartaruga marina: questa è di dimensioni molto ridotte ma sono ben conservate e visibili sia la divisione centrale della colonna vertebrale che le ossa ai lati. Si sono ritrovati anche due gusci di tartaruga e una lastra su cui è impressa una impronta.
5. Mosasauro: è stato riportato alla luce il cranio del rettile, la cresta sul dorso e le ossa del torace; si possono osservare molto bene i denti appuntiti dell’animale e lo scheletro fossilizzato di un secondo mosasauro di dimensioni minori.
6. Pesce sega: in esposizione troviamo la sega del pesce, chiamata anche rostro, e alcuni denti lucidi perché ricoperti da smalto. I dischetti che si osservano sono le vertebre del pesce: queste sono di difficile fossilizzazione perché sono formate da materiale cartilagineo. La loro posizione sparpagliata è dovuta al fatto che benché l’animale fosse coperto dai sedimenti l’acqua riusciva comunque a spostare le ossa.
7. Squalo: attualmente questo è il più grande squalo fossilizzato trovato in Europa. E’ lungo 5.5 m ed è stato trovato agli inizi degli anni ’70 sul monte Loffa. Il fossile mostra molti denti smaltati e 155 le vertebre (diametro di circa 10 cm) ordinate solo nella parte finale. Vi sono anche dei denti di Ptychodus, squalo di discrete dimensioni, una specie co-nosciuta a partire dal Cretaceo superiore. L’esemplare esposto presenta qualche centinaio di denti: è un fossile di straordinaria rarità. I denti hanno una radice molto massiccia ed una corona assai lunga con un’area mediana ricca di piccole creste che hanno la funzione di triturare il cibo. La disposizione e la forma dei denti testimoniano come gli Ptychodus si nutrissero di molluschi di cui frantumavano i gusci per estrarne il corpo.
La parte dedicata alla preistoria trova posto al piano superiore del museo. La sala è stata pensata per dare una scansione cronologica ai ritrovamenti più importanti della zona, partendo dal Paleolitico Inferiore, passando attraverso il Neolitico, per arrivare all’età dei metalli, fino all’Età del Ferro. Nelle teche sono esposti reperti trovati non solo nella zona di Sant’Anna ma anche nel territorio limitrofo (Valpantena, Lugo, Bollori, Stallavena, Sant’Ambrogio, Castelrotto).
Al periodo paleolitico fanno riferimento i reperti portati alla luce in due diverse grotte: la Grotta di Fumane, o Riparo Solinas, e il Riparo Tagliente a Stallavena di Grezzana. All’interno della prima, oltre a manufatti in selce, resti di macellazione e focolari, sono stati portati alla luce anche cinque disegni su pietra in ocra rossa esposti presso il Museo di Sant’Anna. In primis va ricordato lo Sciamano, una pietra con raffigurata una figura umana con uno strano copricapo e con in mano un oggetto votivo. Su un’altra roccia vi è invece la raffigurazione di un felide o un mustelide, cioè un animale a quattro zampe. Tali pitture rupestri vanno collocate cronologicamente intorno ai 40-41 mila anni fa, risultando essere in tal modo le testimonianze di pittura più antiche d’Europa, precedenti anche a quelle di Lascaux e di Altamira. All’interno del Riparo Tagliente sono stati ritrovati reperti sempre in selce e in osso ma anche dei graffiti su ciottoli di pietra e una sepoltura. I ciottoli disegnati sono visibili in sala mentre della sepoltura vi è una ricostruzione.
Si passa quindi al periodo del Neolitico, quando l’uomo da nomade diventa sedentario, coltiva i terreni, alleva gli animali, diventa artigiano e costruisce le prime capanne. A tale periodo fanno riferimento dei frammenti di vasi in terra-cotta usati principalmente per contenere dell’acqua, dei manufatti in selce e una sepoltura a cista litica, in tal caso l’originale, con le foto del suo ritrovamento.
Le ultime teche sono dedicate ai metalli. Si vede come l’uomo della Lessinia benché abbia scoperto la resistenza del rame, del bronzo e del ferro, non abbandonò l’uso della pietra ma l’abbinò a queste “nuove tecnologie”. Il percorso termina con l’esposizione di monete greche, romane e celti-che trovate sul Monte Loffa.
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La contrada di Molina e il parco delle cascate
Molina è un Borgo medioevale dalle antiche corti e case di pietra, dove il tempo si fonde con la natura e l’ambiente, dove l’uomo ha vissuto e vive in armonia con il suo paese, nel rispetto della flora, della fauna e delle antiche, ma ancora attuali tradizioni del mugnaio e della malga. Una flora così protetta da creare il Museo della Botanica, dove la presenza di splendide specie di orchidea selvatica diventa una presentazione più unica che rara del Parco delle Cascate di Molina.

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Il Parco è luogo ideale per effettuare escursioni naturalistiche immergendosi nella fitta vegetazione alternata a vertiginose pareti di roccia nuda, ampie caverne e scoscianti, meravigliose cascate d’acqua sorgiva: il suono e la vigoria delle cascate sprigionano energia, vitalità forza della natura, elementi essenziali della nostra vita. Inoltre, uniti a tradizione e natura, sapori arti e costumi di questi luoghi della Valpolicella e della Lessinia ci si presentano in modo semplice e caratteristico.
All’interno del Parco possiamo trovare più proposte itineranti: dall’itinerario ambientale o Sentiero del Bosco; all’itinerario storico o Sentiero dei Molini; all’itinerario ar-cheologico o Sentiero delle Grotte.

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La Grotta di Fumane si trova lungo la strada che da Fumane porta a Molina , un sito preistorico già notato dagli abitanti e segnalato nel 1964 da Giovanni Solinas al Museo Civico di Storia Naturale, ed esplorato subito dopo da Franco Mezzana.
Ma nel 1999, la scoperta eclatante: quattro pietre con tracce di pittura in ocra rossa che le secrezioni stratificatesi nei secoli hanno preservato. I reperti risalgono a 32 mila anni fa: il più interessante riporta una pittura: lo Sciamano, una figura antropomorfa la cui testa possiede due corna e le braccia sono tese verso l’esterno. Si può collocare la Grotta in un’età che essere definita la più antica d’Europa. Usata come riparo sottoroccia, si trovano testimonianze nella parte più interna che presenta una paleosuperficie con ossa di mammiferi pleistocenici e manufatti litici.
L’abbondanza di reperti trovati ha permesso la ricostruzione di un ambiente risalente a 30.000 anni fa: tra gli animali prevalgono cervo e stambecco, capriolo e camoscio; tra i carnivori riconosciuti l’orso e il lupo, lo volpe e la iena; inoltre roditori e almeno 47 specie di resti di uccelli, con caratteristiche di ambienti silvano-rocciosi o di prateria steppica. Sono state ritrovate anche specie di ambiente acquatico e di ambienti freddi alpini ed artici.
Numerose sono anche le tracce di attività antropica che a seconda dello strato di reperimento confermano la sequenza dell’evoluzione dell’uomo: dagli oggetti più antichi di tipo litico fino al ritrovamento di sostanze coloranti (ocra) e di oggetti ornamentali.

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MENU DEL PRANZO
Prosciutto di Parma
Sopressa del contadino
Tartarelle con insalata capricciosa
Sfogliatine ai funghi porcini
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Risotto al Valpolicella con salsiccia dolce
Garganelli con fantasia di verdure e guanciale affumicato
***
Arista di maiale di cinta senese al Durello dei Lessini
con salsa di erbette aromatiche
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Contorni assortiti
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Semifreddo al limone con
macedonia di fragole macerate
al Recioto della Valpolicella e amaretti
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Caffè
[Vino rosso della casa – Vino bianco della casa- Acqua minerale]

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We do not inherit the land, we borrow it from our children.

— Native American Proverb –

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