Prospettiva kayak. Scenari lagunari con la pagaia.

RICERCHE & ESCURSIONI

Prospettiva   kayak.  Scenari lagunari con la pagaia

di Selina Zampedri*

1. Gli albori
Tra le tante imbarcazioni che solcano le acque della laguna, non ci sono solo le classiche barche lagunari, le lance dei tassisti o gli aliscafi: esistono anche delle piccole imbarcazioni, sicuramente distanti dalla storia lagunare classica, ma ormai talmente usate che entrano di diritto nella nostra storia recente veneziana: i kayak.
Il Kayak, è di origine esquimese, anche se già Colombo notò le prime canoas nei pressi delle isole Bahamas, quando sbarcò nelle Americhe; inoltre vi sono ritrovamenti archeologici che le fanno risalire al Mesolitico, trovati presso la popolazione danese dei Maglemosian, che usavano le canoe per la caccia alle foche circa 5000 anni fa.
Con il termine canoa si intende solitamente la piccola imbarcazione aperta, spinta da una pagaia singola, dove si pagaia stando seduti con il baricentro più altro rispetto al kayak; questi ultimi invece sono piccole, strette barche monoposto, o biposto, che hanno la caratteristica di avere il remo doppio, la pagaia, spinte in modo rotatorio di fronte al pagaiatore, per mantenere la stabilità. Anche le gambe vengono spinte in sincronia con la pagaiata per aumentare l’equilibrio, si muove perciò tutto il corpo.
In laguna il canottaggio si affacciò grazie alla cultura di Albione, dai tempi in cui lord Byron ed altri illustri inglesi presero dimora a Venezia, circa nella metà del 1800.

Fig. 1 - Il kayak moderno

Fig. 1 – Il kayak moderno

La città non si smentì neppure quella volta, in quanto città di porto aperta alle nuove culture, accettò di buon grado questo nuovo modo di solcare le sue acque.
Il canottaggio però non è ancora quello della canoa frontale, ma la classica voga all’inglese, con i vogatori rivolti all’indietro, quindi il attività prettamente sportiva, non turistica, e vincolata solo a certe zone della laguna, dove si potevano percorrere distanze rettilinee. Certamente non vi erano i pericoli che si devono affrontare al giorno d’oggi, tra moto ondoso e secche artificiali prodotte dallo scavo di canali.
Nello stesso periodo, l’avvocato Scot John Mc Gregor, dopo vari viaggi tra gli eschimesi del Canada, tornato in Scozia decise di costruirsi la sua canoa in legno di cedro. Tra il 1864 e il 1867 viaggiò per l’Europa col suo kayak, attirando l’attenzione della stampa oltre che l’interesse dell’imperatore Napoleone III che volle una regata sulla Senna organizzata proprio da Mc Gregor.
Da lì a pochi anni fiorirono vari canoa club, da Londra a New York.
A Venezia, fu la società canottieri Bucintoro, ora Reale Società Canottieri Bucintoro, (fondata il 1/10/1882 e tutt’ora attiva) ad accogliere la novità, seguita poi dalle altre due storiche remiere: la Querini e la lidense Diadora.
Quindi a Venezia si importa nuova linfa vitale, affiancata agli altri stili di voga, alla veneta, alla vallesana, all’inglese fino alla pagaiata della canoa.
All’inizio le canoe ed i kayak lagunari sono in legno, poi in vetroresina, fino a materiali più moderni come la plastica e il kevlar. Esistono comunque anche canoe in alluminio, ma non hanno avuto un grosso riscontro in laguna, perché il salso crea ponti elettrici con l’alluminio e fa saltare i rivetti della canoa, con la spiacevole sorpresa di trovarsi con un rivetto saltato nel bel mezzo della laguna.
Questo tipo di canoa in alluminio è più comune nei grandi fiumi dell’America dove, nell’ acqua dolce, l’alluminio non ha problemi, e anche se prende botte per via dei massi affioranti, è facilmente riparabile. Ad ogni ambiente il suo mezzo!

2. Dallo sport al tempo libero
Il canottaggio lo si ritrova come disciplina olimpica già nel 1904 a St. Louis, ma prima che la canoa venga riconosciuta come sport a tutti gli effetti passeranno ancora degli anni.
In Italia la nascita della Commissione Italiana Canoa (C.I.C.) risale agli anni ’70, con qualche difficoltà nel farsi accettare come disciplina sportiva.
Famosa l’accezione dell’allora Presidente del canottaggio veneziano, Rosa Salva, che chiamava i canoisti: “quei coi remi a spatola”
Da una costola della Bucintoro, che trova ancora oggi ospitalità nei “magazzini del sale” di Punta della Dogana, nasce la Canottieri Mestre nel 1974, con sede in Punta San Giuliano.
Il canottaggio sbarca in terraferma e si espande: da una scissione della Canottieri Mestre prende vita la SKG, la Squadra Kayak Guidicelli, dal nome di un noto rivenditore di articoli per campeggio di Tessera. La divisione nasce dalla passione di alcuni soci della Canottieri Mestre per la pratica della canoa fluviale, attività non molto praticata dalla Canottieri.
Nel 1984, il Comune diede la possibilità alle varie associazioni sportive della zona di prendere posto negli spazi dell’ex Colonia elioterapica di Punta San Giuliano; tra il circolo Velico e la Voga veneta si fa largo anche il nuovo Canoa Club, nato dalla precedente SKG.
In quegli anni, e fino all’istituzione del Parco di San Giuliano, nel 2003, la situazione ambientale di San Giuliano era molto diversa; vi era in punta l’attività dello Scafo Club, ora spostato in Canal Salso, e l’area di stoccaggio e travaso dei rifiuti solidi urbani del centro storico di Venezia, e precedentemente tutta la zona ora parco, era interessata dagli sversamenti di rifiuti speciali e tossici del polo industriale.
Possiamo immaginare come ci si potesse sentire a scendere in acqua tra le chiatte ricolme di rifiuti ed effluvi maleodoranti, soprattutto con il vento contrario!

Fig. 2 un kayak in Piazza San Marco durante una acqua alta

Fig. 2 un kayak in Piazza San Marco durante una acqua alta

Tra le tante attività del Canoa Club, c’è l’attività di paracanoa, che ha portato agli sportivi coinvolti, giovamenti fisici e non solo; notevole soprattutto l’acquisizione di maggiore equilibrio per chi ha subìto lesioni alle gambe o ha avuto sempre deficit motori, cosa che è studiata a livello medico, ed ha fatto entrare il kayak come sport riabilitativo a tutti gli effetti.
Anche nella zona di Campalto si fa strada negli anni ’80 del secolo scorso l’attività canoistica, nata questa volta per scopi diversi da quelli sportivi e turistici. E’ stata la grande ostinazione personale del maestro Tito Pamio a dar corso questa bella storia iniziata con la costruzione della prima canoa in vetroresina grazie alla disponibilità di un gruppo di ferrovieri della zona, con la passione delle canoe e con l’esperienza lavorativa dei materiali in vetroresina. In quegli anni, al CEEP, ora Villaggio Laguna, vi erano situazioni adolescenziali considerate a rischio, con abbandoni scolastici e possibilità di cadere nelle maglie della delinquenza; per tale motivo il Comune aveva istituto il Centro Baobab, centro di aggregazione giovanile; il responsabile del centro, Lorenzo De Facci (recentemente scomparso, 2016), chiese a Tito Pamio, allora insegnante, qualche consiglio su come impiegare il tempo dei ragazzi, da questo nacque l’idea di insegnare ai ragazzi a costruirsi le canoe e poi a scendere in laguna con queste. Si iniziò a lavorare con i ragazzi e cominciavano le prime gite presso la vicina isola di Campalto, anche perchè in quegli anni in isola c’era una darsena lunga circa 50 metri, costruita dalla compagnia dei gondolieri di Venezia, purtroppo sparita nel giro di un inverno, che però fu una bella attrazione per i ragazzi del gruppo.

Fig. 3 una canoa "americana" durante l'"aqua granda" del 4 novembre 1966. (Foto di L. Della Fiorentina) novembre 1

Fig. 3 una canoa “americana” durante l'”aqua granda” del 4 novembre 1966. (Foto di L. Della Fiorentina)

L’attività del Centro comunale di animazione giovanile “Baobab” fu poi sostituita da quella dei primi gruppi scout, e nel 1986 viene ufficializzata l’attività dell’Associazione Canoistica Arcobaleno, con sede proprio al Passo Campalto. Da una costola dell’Associazione Arcobaleno nasce poi nel 1998 l’Associazione Canoistica 360° con sede a Mestre vocata soprattutto verso l’attività fluviale, quindi, oltre alla canoa, alla discesa fluviale in gommone (rafting) e all’esplorazione dei fiumi e torrenti alpini (canyoning).
A onor di cronaca, nella storia della canoa veneziana, non ci sono solo le varie remiere, club sportivi e simili a far salpare i propri kayak.
Sono molti i veneziani che, anche senza essere maestri d’ascia, si sono cimentati nella costruzione di piccole imbarcazioni, un po’ per gioco, un po’ per tradizione, un po’ per provare a vedere se tali imbarcazioni potessero funzionare realmente.
In realtà le forme non erano totalmente definite, anzi, più che altro la funzione principale non doveva essere quella del lavoro o dello sport, ma del gioco e del girovagare in laguna, quindi di solito queste barchette finivano quasi tutte per essere chiamate sandoli, proprio come i calzari più semplici usati per camminare, così anche questi natanti sono i più semplici per navigare. Non sempre andavano a buon fine, spesso nemmeno facevano pochi metri che si inabissavano, ma non vi erano più di tanti rimpianti, solo magari affinamenti di tecniche per i prossimi “sandoi” da rimettere in acqua.

Fig. 4 - Gianni e Mirko Bezzi con la loro canoa negli anni '50

Fig. 4 – Gianni e Mirko Bezzi con la loro canoa negli anni ’50

A esempio dell’ingegno veneziano è dato da un veneziano, Gianni Bezzi, falegname si, ma di mobili, che come altri suoi concittadini, si dilettò nella costruzione di piccole imbarcazioni cominciando proprio con una canoa (Fig. 4).
La sua prima canoa se la costruì negli anni ’50, appena finito il militare. All’inizio doveva essere una Jole, ma l’opera ha subito variazioni in corso d’opera fino a diventare una semplice canoa.
Ovviamente, essendo fatta in proprio da un falegname di mobili, non seguiva i canoni classici della costruzione marittima.
Fu infatti utilizzato del compensato di pioppo di 3 mm in fogli e non in doghe, come viene solitamente usato. Per tenere l’involucro utilizzò un vecchio lenzuolo, olio cotto e smalto, circa 5 – 6 mani.
Una volta terminata l’opera, chiamato suo fratello più piccolo, allora quindicenne, calarono la canoa nei pressi di San Simeon Grande e si diressero per una pagaiata in bacino San Marco.
Allora non ci passavano le grandi navi da crociera, bensì navi cargo, e i rimorchiatori erano ormeggiati in Riva degli Schiavoni. Il moto ondoso, quindi, sebbene di natura diversa, c’era. E se ne accorsero presto, quando la canoa cominciò a imbarcare acqua; il Gianni, sebbene incitasse suo fratello Mirko a vogare, la canoa lentamente imbarcò acqua, e solo l’aiuto di un’altra imbarcazione impedì l’affondo completo della canoa.

3. Pagaiare in laguna e a Venezia
E’ buona norma, prima di ogni uscita in laguna, sempre informarsi sulle condizioni meteo generali e particolarmente sull’intensità dei venti e sulla escursione delle maree che in particolari condizioni di calendario possono essere molto pronunciate.
Solo così si possono evitare spiacevoli inconvenienti e si possono affrontare con informazioni complete situazioni di possibili pericoli.
Solo l’impreparazione trasforma una bella gita in un momento di inutile rischio.
Un buon consiglio è quello di intraprendere le escursioni in due o più persone. La soddisfazione delle scoperte raddoppia e più!
La conoscenza dell’entità dell’escursione dei livelli di marea è fondamentale per pianificare gli itinerari soprattutto dove possiamo prevedere esserci bassi fondali (le “secche”), che condizionano il percorso, che può subire deviazioni e allungamenti; infatti molte parti della laguna sono originariamente poco profonde. In questo caso, meglio seguire i canali che sono segnalati dalle bricole.
Da bravi e previdenti escursionisti, seppur acquei, occorre avere sempre con sé una buona attrezzatura di bordo, anche se essenziale. Per esempio:
– un resistente cordino (importante se si esce in più canoe);
– un telefono cellulare per le emergenze (ricordandosi di tenerlo in una sacca stagna);
– giubbotto salvagente anche per i buoni nuotatori;
– una borraccia con acqua da bere;
– una scorta di integratori salini, soprattutto nei periodi caldi per compensare la fisiologica perdita dei minerali con la sudorazione.

L’abbigliamento adatto è una condizione da non sottovalutare, soprattutto in inverno – perché la laguna in inverno ha un fascino incredibile – dato che c’è sempre la possibilità di cadere in acqua e quindi di rischiare l’ ipotermia.
In caso di nebbia, poi, è necessario costeggiare sempre i canali, e le bricole che li segnalano. Prestare infine grande attenzione agli altri mezzi acquei che fanno difficoltà a vedere le canoe che scivolano sul filo dell’acqua.

Una particolare attenzione il canoista, neofita o visitatore, deve dedicarla per capire la differenza che c’è nel muoversi nel centro storico di Venezia rispetto il vagare in laguna aperta.
In laguna l’orizzonte aperto consente di vedere gran parte delle isole e dell’orizzonte e quindi la scelta della direzione è molto facilitata; mentre nel dedalo di canali e rii di Venezia è facile smarrirsi anche attratti dalle multiformi prospettive di questo labirinto d’acqua.
L’attenzione alle imbarcazioni a motore, che a Venezia ci vivono e lavorano, deve essere prioritaria soprattutto nei percorsi urbani e promiscui.
Nei confronti delle gondole bisogna avere l’accortezza di non intralciarle e di non passare sul lato del remo del gondoliere per evitare di essere “schiacciati” dalla gondola.
Quando si arriva in prossimità di curve e incroci di canali in città, ricordarsi sempre di urlare “Oè” come i gondolieri: è vitale per la propria e altrui sicurezza.
Nel pagaiare all’imbrunire e di sera la canoa o il kayak devono essere sempre individuati da luci, a poppa e a prua, davanti e dietro; questo non è un consiglio è un obbligo dei regolamenti della navigazione, valido anche in laguna aperta. Chi non vi ottempera è passibile di multa.

Fig. 5 - Uno scorcio del Lazzaretto nuovo visto a filo d'acqua

Fig. 5 – Uno scorcio del Lazzaretto nuovo visto a filo d’acqua

4. La laguna e Venezia viste dal kayak
Pagaiare in laguna offre la possibilità di avere un altro punto di vista rispetto a tutte le altre barche; la versatilità del mezzo, la leggerezza, offrono la possibilità di passare per zone interdette fisicamente alle altre, per esempio fuori dai canali, dove l’acqua e molto bassa, senza temere di rimanere incagliati, o di passare tra i ghebi agilmente; la prospettiva a filo d’acqua regala la sensazione di essere un tutt’uno con l’ambiente acquatico, oltre a far scoprire, anche grazie al ritmo lento che il mezzo induce, ciò che esiste sotto la superficie dell’acqua e che riserva delle piacevoli e inaspettate sorprese in un luogo antropizzato e troppe volte martoriato, come la nostra laguna di Venezia.
Nel lento procedere con la pagaia si possono osservare molluschi, crostacei, alghe colorate, pesci, attinie e altra flora e fauna che popola l’ambiente sotto la superficie dell’acqua .
Poi per scoprire la barena, per addentrarsi nei “ghebi” più accessibili, il piccolo kayak è un ottimo mezzo, che, per la silenziosità e il mimetismo rispetto ad altre barche più alte e motorizzate, ci consente di avvicinare incredibilmente gli straordinari abitanti degli scenari naturali della laguna.

Fig. 6 - Uno scorcio del Canal Grande visto a filo d'acqua

Fig. 6 – Uno scorcio del Canal Grande visto a filo d’acqua

Il kayak è un mezzo che ti avvicina straordinariamente all’ambiente lagunare che ti entra e ti resta nello spirito dell’esploratore, e ti consente di apprezzare scorci veneziani inusuali che sfuggono agli altri naviganti e, nel caso di Venezia, anche ai pedoni.
L’essere immerso nell’acqua con buona parte del mezzo ti avvicina anche alle cose più sgradevoli che esistono anche in laguna: l’inverosimile quantità di rifiuti che galleggiano sulle acque, che popolano i bassi isolotti barenicoli e che si spiaggiano nelle nostre gronde arginali e sulle isole.
E’ facile in questi incontri farsi prendere dallo scoramento per la sensazione di sopraffazione del modello turistico che pervade Venezia e che è origine di tale degrado ambientale, ma ci motiva altrettanto nel segnalare ai nostri amministratori che questo problema è una priorità ambientale da affrontare al più presto.

Fig. 7 giro in Kayak fra i ghebi delle barene di Campalto

Fig. 7 giro in Kayak fra i ghebi delle barene di Campalto

Altra piaga che si percepisce bene lungo i canali con il kayak è il moto ondoso originato dai vari mezzi motorizzati che troppo spesso non rispettano i limiti di velocità in vigore.
Talvolta il moto ondoso può rappresentare per le piccole imbarcazioni della cosiddetta “nautica naturale” un grosso problema , soprattutto in alcuni canali a grande frequentazione come il canale di Tessera che collega l’aeroporto Marco Polo e la città storica, solcato da centinaia di motoscafi/taxi, che trasportano i visitatori/turisti alla massima velocità del mezzo solo per ragioni profitto economico.
Il canoista lagunare vede, tocca e vive quel danno di erosione per cui il taxista nemmeno si preoccupa, che sta facendo scomparire inesorabilmente le barene e le nostre isole, le già degradate dai vandali e dall’abbandono.


*Ambientalista, sportiva, istruttrice di canoa, e appassionata della laguna.

Si ringraziano per le interviste:

Diego Dogà e Giorgio Ghezzo (Canoa Club)
Tito Pamio (Gruppo Canoa Arcobaleno)
Gianni e Mirko Bezzi
Loretta Masiero

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When the last tree is cut down, the white man will understand he too cannot breath.

— Native American Proverb

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