Le isole sole

RICERCHE 2

Le isole sole

di Ettore Aulisio

1. L’ISOLA DI SAN SECONDO

L’isola di San Secondo, situata lungo il canale navigabile che collega San Giuliano a Venezia, poco distante dal ponte translagunare, è attualmente ridotta ad un isolotto eroso dalle acque, ricoperto da piante e da vegetazione incontrollata che sommerge quanto resta delle vecchie edificazioni militari ottocentesche. Da come si presenta ora, è veramente difficile immaginare che per circa otto secoli ospitò delle comunità monastiche attive e che, proprio per la sua posizione, svolse un’importante ruolo nell’ambito delle comunicazioni tra la città d’acqua e la terraferma.

Nell’alto medioevo, quando grandi sconvolgimenti militari, politici ed economici provocarono gravi situazioni di instabilità e di insicurezza soprattutto tra le popolazioni che vivevano fuori delle città, i monasteri benedettini permisero la sopravvivenza della tradizione della vita sociale: essi divennero delle comunità economiche autosufficienti e facilitarono lo sviluppo delle attività produttive primarie, quali l’agricoltura e la pesca, e favorirono l’esercizio dell’artigianato e del commercio. La presenza dei monasteri benedettini rappresentava anche un controllo dei territori che, dopo le invasioni barbariche, s’erano sempre più spopolati: le piccole comunità monastiche, con la pratica dell’agricoltura e con le opere di bonifica, impedirono innanzi tutto l’ulteriore estendersi di paludi e terreni incolti; in alcuni casi furono anche un presidio strategico e militare a protezione della città e delle vie di accesso ad essa. Per questi motivi il Dogado veneziano favorÌ sin dal suo formarsi l’insediamento di monasteri benedettini non solo all’interno della città, ma anche nelle isole lagunari poste lungo i canali navigabili e in terraferma, in prossimità degli accessi alla laguna.

Dopo l’anno mille, in posizione strategica lungo le due principali vie di comunicazione lagunare, si insediarono due comunità benedettine: il monastero maschile di San Giorgio in Alga fu eretto nel 1020 su un isolotto posto tra Venezia e Fusina, mentre un monastero femminile, inizialmente dedicato a Sant’Erasmo, fu fatto costruire dalla famiglia Baffo nel 1034 sull’isolotto situato tra Venezia e San Giuliano, già rifugio dei pescatori durante le tempeste. Il monastero circa due secoli dopo la fondazione venne dedicato a San Secondo. Come risulta dalla pianta di Venezia disegnata nel 1500 da Jacopo de’ Barbari, il monastero di San Secondo in quell’epoca era costituito oltre che da alcune strutture conventuali, anche da una chiesa e da un campanile di forma cilindrica, distrutto nel 1534, simile all’antica torre della non lontana Tessera, da orti e giardino; lungo il perimetro, secondo la tradizione dell’architettura benedettina, s’alzava un alto muro di difesa e protezione dalle incursioni esterne e dalle mareggiate. Descrizione grafica analoga si ritrova anche nella pianta a stampa della laguna, redatta dal Bordone nel 1528, in cui sono indicate con chiarezza tutte le isole principali che segnavano i percorsi dei maggiori traffici lagunari.

I Domenicani osservanti

Nel 1534, soppresso il convento delle Benedettine, la proprietà dell’isola passò all’ordine dei domenicani osservanti; la chiesa subì vari restauri e rifacimenti finchè, dopo un incendio che l’aveva in parte distrutta, venne riedificata completamente nei primi anni del seicento e consacrata nel 1608; nel 1692 venne rinnovata la cappella, chiusa da una grande grata di ferro battuto, dedicata al Santo titolare il cui corpo era deposto sopra un prestigioso altare di fini marmi. Nella rappresentazione grafica dell’isola, del 1696 di Vincenzo Coronelli, si ha una visione maggiormente dettagliata degli edifici che componevano il complesso del monastero; accanto alla nuova chiesa sorgeva ancora l’antico campanile di forma cilindrica, mentre ai limiti degli orti, che si stendevano sul versante di levante, era stata costruita una torricella quadrangolare in cui la Repubblica di Venezia conservava grandi quantitativi di esplosivi.

Il Monastero aveva in quell’epoca due vaste cavane con annesse delle stanze; esse erano utilizzate non solo per il riparo delle imbarcazioni dei monaci, ma anche come rifugio per coloro che erano sorpresi da tempeste mentre percorrevano il canale lagunare. L’isola era frequentata sia dai fedeli, richiamati dal verificarsi di numerosi eventi miracolosi, sia dai turisti veneziani di quell’epoca, cioè da “quelle persone, che la State vanno a prendere il fresco per quel Canale, e sogliono fermarsi à diporto nell’Isola”, utilizzando appunto le cavane come un “albergo dilettevole”.

Cartografia storica dell'isola di San Secondo

Cartografia storica dell'isola di San Secondo

Nel tempo i caratteri dell’originaria architettura benedettina si andarono sempre più modificando; nella settecentesca raccolta di “Ventiquattro Prospettive delle isole della laguna di Venezia”, opera grafica di Francesco Tironi, si ha una pittoresca e più dettagliata visione del prospetto di ponente dell’isola ed in particolare della facciata della Chiesa, accanto alla quale era stato costruito un nuovo alto e snello campanile con base quadrangolare; oltre al campanile nuovi edifici del complesso monastico erano stati ristrutturati o costruiti ex- novo, come ad esempio una grande cavana che chiudeva un lato della piazzetta antistante la chiesa; inoltre nelle primitive severe mura di cinta erano state operate delle aperture e sulle stesse erano stati innalzati nuovi edifici che aprivano le loro finestre verso la laguna.

Da monastero a fortino

L’isola nel 1797, mentre le truppe austriache e napoleoniche si confrontavano nel territorio veneziano, fu armata di una grossa batteria dal Senato della Repubblica; fu questo uno degli ultimi provvedimenti presi dalla Serenissima prima che il doge Lodovico Manin abbandonasse la sua carica (12 maggio 1797). Il 28 luglio 1806, durante la seconda occupazione francese, in conseguenza della soppressione di 15 monasteri maschili e di 19 femminili, l’isola di San Secondo divenne proprietà del Demanio Militare e la Marina provvide a far distruggere completamente, sin dalle fondamenta, la chiesa e gli edifici del monastero; il corpo del Santo ed alcune tele dipinte furono trasportate alla chiesa dei Gesuati, la pala dell’Altare maggiore fu posta nella chiesa dello Spirito Santo sempre alle Zattere; il resto andò disperso o distrutto. In pochi giorni si fece di tutto per cancellare anche la memoria di quasi ottocento anni di vita e attività della piccola comunità monasteriale. I francesi prima e gli austriaci in seguito fortificarono l’isola che svolse un’importante funzione difensiva durante l’assedio di Venezia negli 1848 e 1849; per un breve periodo rappresentò l’estremo baluardo nella difesa della città verso la terraferma; nel mese di agosto del 1849 fu sottoposta ai pesanti bombardamenti delle truppe austriache che provocarono la quasi completa distruzione delle opere di fortificazione.

L’abbandono

Durante il Regno d’Italia fu confermata per alcuni decenni la destinazione militare dell’isola che durò fino all’inizio di questo secolo; venne quindi concessa in affitto al Comune di Venezia che -“Allo scopo di impedire intanto che si compiano atti di vandalismo maggiori sembra sia il caso di provvedere subito alla custodia del fabbricato in isola di San Secondo, e ciò fino a tanto che saranno completati gli studi da parte della Divisione I sulla migliore utilizzazione di quell’Isola” la diede dal 1904 al 1936 in subaffitto a delle famiglie che ne garantivano la custodia, lo sfalcio dell’erba e la potatura degli alberi; l’isola fu utilizzata in quel periodo anche come fabbrica di fuochi d’artificio, deposito dei sottoprodotti della macellazione dei bovini e per alcune limitate attività agricole.

Nel 1937 venne subaffittata alla ditta Junghans per le operazioni di caricamento di ordigni bellici; dopo la guerra venne di nuovo concessa in custodia ad una famiglia e, per un breve periodo, fu utilizzata dal Convitto Biancotto e dall’ANPI per allevamento di animali da cortile. Nel 1950 il Comune, non essendo evidentemente ancora stati completati gli studi sulla migliore utilizzazione, decise di restituirla al Demanio. Per alcuni anni ancora nell’isola fu ospitata una famiglia, ma da circa trent’anni è stata abbandonata completamente ed e’ sempre più soggetta al vandalismo e all’erosione: agli inizi del secolo infatti la superficie dell’isola risultava essere di circa 2 ettari, ma già nel 1936 a causa dell’erosione si era ridotta a ettari 1,2550; sempre a quest’ultima data risulta che esistevano alcuni fabbricati in stato precario adibiti ad abitazione e a stalle, di una cavana e di un pontile di approdo. La vegetazione arborea, costituita all’inizio del secolo da circa 200 acacie d’alto fusto e da alcuni alberi da frutto, s’è andata sempre più sviluppando in questi ultimi anni.

 

2. L’ISOLA DI CAMPALTO

Da batteria a discarica

L’origine e la storia dell’isola di Campalto sono completamente diverse da quelle dell’isola di San Secondo; essa infatti, di origine artificiale, è relativamente recente e fu costruita per fini militari. Nei primi mesi del 1797 il Senato della Repubblica, nella consapevolezza di non avere strutture di difesa per far fronte al pericolo rappresentato dalle truppe francesi e austriache che si combattevano nei suoi dominÌ di terraferma, decise di proteggere con opere militari la gronda lagunare: furono quindi fortificate ed armate di grosse batterie le isole di San Giorgio in Alga, di San Secondo e la punta del Caroman; nel contempo furono “piantate sui pali in laguna sette batterie stabili, che guardano l’argine di Campalto e Tessera”.

Nel 1848, durante il Governo Provvisorio, come risulta dai progetti esecutivi redatti in quell’anno, le sette batterie su palafitte, tra cui quelle di Campalto, Tessera e Carbonera, furono consolidate e trasformate in isolotti fortificati; si costituì in tal modo un sistema difensivo parallelo alla gronda lagunare che risultò essenziale nella difesa di Venezia durante l’assedio in quanto presidiavano i vari canali che la univano alla terraferma. Durante il Regno d’Italia le isole-batterie furono utilizzate ancora per scopi militari, ma progressivamente, seppure in anni diversi, furono dismesse dall’amministrazione militare; l’isola di Campalto fu in seguito concessa in affitto dal Demanio al Comune di Venezia; per alcuni anni fu utilizzata come deposito di stracci e sottoprodotti del macello comunale, quindi per limitate attività agricole; nel secondo dopoguerra divenne una discarica di rifiuti urbani e, in conseguenza di tale uso, la sua superficie, in origine di 4.700 mq, si quintuplicò raggiungendo circa 25.000 mq di estensione. Dopo l’abbandono il perimetro dell’isola si è progressivamente ridotto a causa dei processi erosivi che ne hanno anche modificato l’aspetto morfologico.

Da discarica a “Isola del tesoro”

Nel 1985 dal Consiglio di Quartiere e da parte della popolazione di Favaro Veneto fu riproposto l’utilizzo della struttura per fini turistici e ricreativi; l’iniziativa fu appoggiata da un giornale locale che coniò la denominazione dell’ “Isola del tesoro”, un tesoro tutto da scoprire e recuperare con operazioni di consolidamento degli argini e, soprattutto, di bonifica. Da alcuni anni il Consorzio Venezia Nuova per conto del Magistrato alle acque sta attuando un progetto che prevede sia interventi necessari per arrestare gli attuali processi di erosione degli elementi caratteristici della laguna (barene, velme, bassifondi e canali), sia interventi per il recupero e il reinserimento ambientale delle isole minori, tra cui quella di Campalto.

A tutt’oggi sono stati effettuati interventi di ristrutturazione della conterminazione e di modellamento della superficie, ricoperta con uno strato di terreno argilloso, a bassa permeabilità e seminato a prato; nel progetto non è stata prevista invece la ristrutturazione delle ex costruzioni militari ancora presenti nella zona centrale dell’isola.

A tutt’oggi sono stati effettuati interventi di ristrutturazione della conterminazione e di modellamento della superficie, ricoperta con uno strato di terreno argilloso, a bassa permeabilità e seminato a prato; nel progetto non è stata prevista invece la ristrutturazione delle ex costruzioni militari ancora presenti nella zona centrale dell’isola.

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(dalla “Gazzetta di Venezia” del 29.3.1903)

Sono radiate dal novero delle fortificazioni dello Stato le seguenti opere delle Piazze di Venezia e Chioggia: Batterie di Tresse, Campalto e Pellestrina; batterie intermedie di S.Erasmo (orientale ed occidentale); di S. Maria Elisabetta, Quattro Fontane; Casabianca, Terreperse, Malamocco, S. Leonardo, S. Pietro in Volta; e i forti di S. Secondo e di Cavanella d’Adige. I Ridotti: S. Erasmo vecchio e S. Erasmo nuovo. I Fortini: Torcello, S. Pieretto e S. Antonio

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“Nec ignoro ingrati ac segnis animi existimari posse merito, si obiter atque in transcursu ad hunc modum dicatur terra omnium terrarum alumna eadem et parens, numine deum electa quae caelum ipsum clarius faceret, sparsa congregaret imperia ritusque molliret et tot populorum discordes ferasque linguas sermonis commercio contraheret ad conloquia et humanitatem homini daret breviterque una cunctarum gentium in toto orbe patria fieret.”
(trad. “Non ignoro poter essere ritenuto con ragione di un animo ingrato e pigro, se si parlasse brevemente ed incidentalmente in questo modo della terra nutrice e allo stesso tempo madre di tutte le terre, scelta per volere degli dei affinché rendesse più brillante il cielo stesso, riunisse le potenze sparse e placasse i riti e portasse al dialogo e con lo scambio del linguaggio le diverse e incolte parlate di tanti popoli e desse dignità all’uomo e in breve perché fosse una la patria di tutte le genti sul mondo intero.”)

— Plinio il Vecchio, Naturalis Historia; Libro 03, & 39

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