Storie di guerra, prigionia, emigrazione e solidarietà

RICERCHE 14

STORIE DI GUERRA, PRIGIONIA, EMIGRAZIONE E SOLIDARIETA’

A cura di Ettore Aulisio

Parole come ‘Solidarietà’ ed ‘Emigrazione’ sono oggi molto usate; sono presenti anche nelle narrazioni di chi ha combattuto in guerra ed è stato in prigionia e di chi, per vivere, ha dovuto lasciare la propria regione per cercare lavoro in Italia e all’estero.

In questi racconti, riportati nella seconda Edizione di “Come a filò”, spesso emergono ricordi di situazioni difficili in cui, pur tra nemici o tra persone di nazionalità diversa, i due vocaboli sono sempre presenti più o meno esplicitamente.

Iniziamo da Lino Bordignon (testimonianza raccolta da Giovanna Lazzarin) il quale fece parte della spedizione militare italiana in Russia e, nell’inverno del 1944, partecipò alla drammatica ritirata nella steppa, tra le bufere di neve, dove morirono decine di migliaia di alpini e fanti. Egli, un po’ in italiano, un po’ in dialetto, ricorda che deve la sua vita proprio al soccorso di  coloro che avevamo dichiarato nostri nemici, ai quali avevamo occupato le terre e avevamo distrutto tanti villaggi e città:

La ritirata di Russia

Buona gente, i russi. Quel che avevano mi offrivano: patate,  minestra di miglio, di orzo e latte acido. Arrivava i viveri una volta a la settimana, se no i me dava da magnar lori morivo de fame. Un po’ alla volta se se capiva: ‘davai creba’ : dammi pane.’ Curchi’ son le galline, ‘caro’ è la vacca, il can è ‘sabaca’. Ho imparato abbastanza.

Siamo stati 15 giorni su un paesetto, e poi altri 15 su un altro. Nell’isba dov’ero c’erano marito e moglie con due bambini che avevano 6-7 anni e lui era della cavalleria cosacca e quando ha sentito che il suo paese è stato occupato si è dato prigioniero per tornare a casa. La moglie era maestra……

Passa 15 giorni siamo partidi da novo, proprio verso Gomel. E venivano i partigiani russi contro i tedeschi. Le guardie ucraine erano a favore dei tedeschi e i partigiani una notte i xe andai sul posto di blocco delle guardie ucraine,  ne ga copà siè, i ga portà via tutti i viveri. E dopo, dove ghe gerimo noialtri, i cercava dottori; i ne voleva ben a noialtri, i partigiani, no i ne fasea niente, però i andava in cerca de dotori. I ne ga portà via do tre soldati, dopo due tre giorni i li ga molai”.

Gino Bolzonella (testimonianza raccolta da Gian Franco e Valerio Bolzonella) invece partecipò alla guerra nell’Africa del Nord; anche qui, durante la ritirata nel deserto, si verificarono atti di umanità e di solidarietà tra i soldati sia nemici, sia alleati ma di diversa nazionalità.

 La ritirata: il soldato tedesco.

“Un giorno vedemmo una lunga colonna di carri armati americani che ci veniva contro. Intanto la loro artiglieria bombardava le nostre posizioni con i mortai e i cannoni, sparando bombe a sdraps  che esplodevano a pochi metri da terra, con una pioggia di proiettili e di schegge. Noi dentro alle buche come le talpe, con i fucili e poche mitragliatrici,  non potevamo certo reagire efficacemente. Dietro alle spalle la nostra artiglieria consisteva in un solo cannone, che cercava di colpirli, ma che dovette presto smettere quando i carri nemici arrivarono proprio sopra di noi.

Due americani uscirono da una carro, chiamandoci: ‘Paisà!’. Erano italo-americani. Ci chiesero se c’erano dei feriti e li medicarono.

Poi ci lasciarono liberi di scegliere: chi voleva poteva andarsene subito con loro, e una ventina di noi lo fece, incolonnandosi tra i carri, senza che i nostri ufficiali ormai si opponessero. Agli altri indicarono la strada verso Tunisi, assicurando che l’avrebbero lasciata libera senza colpirla.

E così fu.

Alla sera arrivarono dei nostri camion, per caricare le armi pesanti, mentre noi ci incamminavamo a piedi verso la resa.

Ad un certo punto ci attardammo con un gruppetto ad aiutare un colonnello, fermo con la macchina in panne.

Nel frattempo gli altri avevano proseguito e mi trovai isolato con pochi altri. Da solo non so dove sarei finito! Ad un tratto mi sentii battere sulla spalla: era un soldato tedesco che mi chiese, con poche parole di italiano e a motti, se volevo andare con lui verso Tunisi. Lo guardai meravigliato, in modo interrogativo: come faceva a conoscere la strada? Ma lui mi mostrò che al polso aveva una bussola. Mi chiese anche se avevo qualcosa da mangiare, e al mio no mi fece capire che lui ne aveva per tutti e  due.

E così via, di notte, su e giù per le colline. Lui era abile ad orientarsi, io per la fretta persi anche l’elmetto.

Finalmente arrivammo alla strada principale, con la fila dei soldati che a piedi andavano a consegnarsi agli inglesi a Tunisi. Ogni tanto sopraggiungeva qualche camion che si fermava a caricare i soldati. Anche noi ne bloccammo uno, con l’intenzione di salirci sopra. Era italiano e aveva l’ordine di caricare solo i soldati italiani. Io mi rifiutai di montarci da solo e rimasi a terra con lui. Di quel soldato tedesco non conoscevo neanche il nome, ma per me era stato più che un compagno, un amico! Ho sempre sognato di poterlo in qualche modo rincontrare, per potegrli dire ancora grazie. Dopo aver tanto camminato insieme, ci siamo separati e salutati lì, sulla strada per Tunisi: lui si è allontanato con un gruppo dei suoi ed io mi sono unito ad altri italiani, dispersi come me”.

In campo di concentramento in Africa: il soldato inglese.

Un giorno passeggiavo nel campo, quando vidi arrivare il camion che ci portava l’acqua, con un soldato inglese come conducente, che fumava una sigaretta. Da come lo guardavo immaginò che anch’io ero un fumatore e me ne offrì gentilmente un pacchetto. Mi regalò anche una scatola di carne da mezzo chilo e un pacchetto di biscotti tipo cracker, che divisi con gli amici veneti. Ne furono entusiasti e uno di Verona, che aveva un anello, voleva che andassi da quell’inglese ad offrirglielo, in cambio di qualcosa da mangiare. Io non volevo, ma quello insistette tanto, finché alla fine mi decisi. Andai dall’inglese e gli proposi lo scambio. Lui ci restò come male, mi fece capire che non aveva più niente da darmi, ma che se ne avesse avuto me lo avrebbe dato comunque, senza accettare l’anello.

 Anche tra nemici ci poteva essere cavalleria e generosità! Anche questo è un episodio che non potrò mai dimenticare!”

 

In prigionia in USA: il saluto degli americani.

“Intanto la guerra era finita e si avvicinava l’autunno del 1945.

Un giorno, di buon mattino, invece di andare come al solito al lavoro nel deposito, ci dissero di preparare i nostri sacchi (che loro usano al posto degli zaini). I miei amici italo-americani mi chiamarono subito al telefono: Gino, l’abbiamo appena saputo, state per tornare in Italia!.

Ebbi appena il tempo di mandar loro un saluto, il  treno era lì, già pronto per noi. Tra i nostri amici americani del deposito la notizia si era ormai diffusa e vennero ai passaggi a livello a salutarci, sventolando di lontano i fazzoletti.

Era bello tornare in Italia, ma un pezzo del nostro cuore rimaneva con loro!”

* * *

Questa invece è la storia di un lavoratore di origini calabresi che, sin da ragazzo, ha dovuto girare l’Italia e l’Europa in cerca di lavoro; pensando a come noi attualmente viviamo il fenomeno della migrazione, sembra quasi una fiaba. L’ha scritta per noi  Benito Sposato che ora abita a Favaro.

Diario.

“Sono nato a Platania,  un piccolo paese vicino alla Sila, in provincia di Catanzaro.

Sesto di sette fratelli, ho conosciuto la dura realtà del lavoro minorile.  

A nove anni ero presso una cucitoria di lenzuola, addetto, a turno con altri ragazzini, a muovere i pedali della macchina da cucire. A dodici anni ero già alla produzione di pantaloni in una sartoria per abiti su misura.

Erano gli anni cinquanta, l’Italia usciva lentamente dall’incubo della guerra e già si vedeva un certo progresso economico. Ma a noi giovani di allora non bastava, c’era poco lavoro e mal pagato, anzi non pagato!! E cosi si emigrava, si andava via per il desiderio di cambiare condizione di vita, di progresso economico, culturale, e con la speranza di entrare nel mondo del lavoro senza essere sfruttati.

La mia prima esperienza la feci a Vittorio Veneto, a diciotto anni, ricordo con nostalgia quel bellissimo paese e la sua gente. Trovai lavoro in una sartoria e da dormire presso una cara famiglia. Una domenica fui invitato a pranzo da un mio amico che abitava in campagna e per la prima volta mangiai la polenta. Mi ricordo che eravamo seduti al tavolo e in mezzo un tagliere enorme, arrivò una nonna e svuotò la polenta sul tagliere e ci mise sopra una pentola di spezzatino. Ognuno mangiava dalla sua parte, fu una mangiata storica!

Dopo dieci mesi dovetti tornare a casa : le spese superavano il guadagno.

Dopo qualche anno ci riprovai e partii per Roma, era il 1959. Fui fortunato, entrai nella sartoria delle sorelle Fontana per qualche mese. In quel periodo conobbi Schubert il grande sarto delle dive e Caraceni famoso sarto da uomo.

Erano gli anni della dolce vita, Via Veneto pullulava di nomi famosi, e di non famosi come noi giovani di bella speranza, era comunque una bella cornice per tutti. Lavorai per tre anni da Osvaldo Testa in via Frattina e abitavo presso una signora anziana assieme ad un attore di fumetti (allora molto di moda), in Via Condotti. Finalmente lavoravo alla pari tra spese e guadagno; per sopravvivere con qualche piccola soddisfazione facevo lo straordinario. Spesso andavo a mangiare a Trastevere dalla sora Nella, una cara persona, mi dava il doppio delle porzioni normali e mi faceva pagare la metà, la ricordo sempre con tanto affetto. In compenso ho goduto delle bellezze di Roma, della sua storia e della sua arte.

E’ stato il periodo più importante per la mia professione.

Ma anche questo non mi bastava, cercavo nuovi stimoli e nuove esperienze.

Lasciai Roma e andai a Zurigo dove c’erano due miei fratelli, Angelo e Gino.

Iniziò cosi l’avventura dell’emigrante, sapevo cosa mi aspettava … emigrante in terra straniera…! Tutto sommato è stato più facile di quanto pensassi. Il mio spirito di adattamento superò quella prova non facile! Era il 1962.

Malgrado l’ostilità che avevano per gli stranieri, dopo due anni ero a capo di un reparto di confezioni da donna. Mi fu facile per l’esperienza fatta a Roma e perchè nel frattempo imparai discretamente il Tedesco.

Tre anni dopo lasciai la Svizzera per andare in Svezia. Mi ricordo di quel paese per la sua grande qualità nella vita sociale. Fu una esperienza che non dimenticherò mai. I diritti che un lavoratore straniero ha dal momento che vi entra sapeva dell’incredibile. Arrivato alla stazione di Landskrona, sapevano del mio arrivo, mi aspettava un dirigente che mi accolse con grande gentilezza, mi accompagnò in un appartamento messomi a disposizione e volle lasciarmi 100 corone.

Era sabato. Il lunedì mi recai al lavoro e fui accolto dal direttore con molta cortesia.

Dopo qualche mese mi ammalai di influenza, telefonai che non sarei andato a lavorare. Dopo due ore venne l’assistente sociale , volle sapere se ero in  condizione di farmi da mangiare e se in casa avessi il necessario.  Il giorno dopo venne un’altra assistente a farmi la spesa, e senza averlo chiesto venne il medico a visitarmi.

Quella volta restai di stucco, pensando a quanta gente avevo lasciato al paese nella disperazione e nell’abbandono. Di qualsiasi cosa avevi bisogno, c’era sempre qualcuno a cui rivolgerti. Fu un periodo bellissimo, nessuno ti faceva pesare il fatto di essere un emigrante, la Svezia è bella, la gente cordiale. Ma quello che è straordinario sono i fenomeni atmosferici che durante tutto l’anno si susseguono: dal sole che tramonta molto tardi alle notti lunghissime, dalle albe boreali agli improvvisi venti freddi del nord che gelano il mare in pochi minuti.   Per due volte sono rimasto bloccato in mezzo al mare nella traversata Copenaghen-Landskrona, a causa del ghiaccio, in attesa per ore della nave rompighiaccio. Un’altra volta ero andato al cinema, verso la fine di Agosto. Il tempo era bello, ma all’uscita trovai un vento e un freddo da non credere. Mi incamminai verso casa , avevo indumenti leggeri, a stento riuscivo a camminare piegato quasi sulle ginocchia, il vento non mi faceva andare avanti; stavo veramente per crollare. Da un’abitazione uscirono un uomo e un ragazzo e mi trascinarono dentro casa, c’era un caminetto acceso, mi diedero una tazza di the con qualcosa di alcolico, bollente. Mi prestarono una giacca a vento pesante e un passamontagna, cosi potei tornare a casa. L’incredibile era che il giorno dopo era bello e neanche tanto freddo. 

Un’altra volta ero nella piazza del paese, era Novembre, iniziò a nevicare talmente abbondante che non riuscivo a orientarmi dove andare, era come avere un muro bianco d’avanti. Dopo un’ora nel panico, mi venne in aiuto una donna che mi indicò la via.

Lasciai la Svezia a malincuore, per problemi familiari.

Un breve periodo in Danimarca e in Germania, ad Amburgo, e ritornai a Zurigo dove rimasi per dodici anni. La Svizzera mi ha dato molto a livello professionale. Finalmente il guadagno superava le spese e avevo una vita serena, potevo permettermi il lusso di andare qualche volta in un buon ristorante, a teatro, all’opera, a sciare, a fare ferie. E proprio in ferie a Venezia nel 1971, a Natale, conobbi una splendida ragazza che diventò mia moglie. Mi trasferii a Favaro Veneto. Andai a lavorare a Venezia, realizzando cosi il sogno di lavorare in una sartoria teatrale, specializzandomi nei costumi d’arte per i teatri d’opera, di prosa e per il cinema.

Nel 1997 i costumi del films Farinelli, realizzati nella nostra sartoria, hanno avuto la nomination  per  l’Oscar.

Spesso penso al mio passato e alle possibilità che mi ha dato l’essere emigrante, e penso anche quanto male mi faceva sentire l’ostilità che aveva nei nostri confronti la gente del posto. Sentivo tanta tristezza, la stessa tristezza che sento nella mia patria per l’ostilità verso gli emigranti e gli extra comunitari, ora, dopo oltre trenta anni.

Sono ormai 35 anni che lavoro nella città più bella del mondo. Amo Favaro, il paese che mi ospita, allo stesso modo amo i paesi dove ho lavorato: la Svizzera,la Svezia, la Danimarca, la Germania e soprattutto la mia terra, la Calabria”.

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Le conosco le vostre case. Ignorano che la relazione tra l’acqua e l’uomo è di madre a figlio, che lo spreco sprezzante d’acqua è una delle forme sottili di parricidio. Apri il rubinetto e giù acqua… è la maledizione della facilità… Andare a prenderla con un secchio e una bottiglia, quando c’è un guasto, subito ti ricorda che l’acqua è preziosa, che la vita è sforzo. Versarla da una brocca è un gesto che educa: «Dopo il pediluvio, me ne resta ancora un pò di tiepida per la barba. Dopo la barba me ne resta ancora abbastanza per farmi un uovo in camicia. Dopo cotto l’uovo, nell’acqua raffreddata metto a bagno la dentiera. Questa è civiltà.

— Guido Ceronetti

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