Sensibilità e sacralità degli alberi

RICERCHE

Sensibilità e sacralità degli alberi . Nuovi stimoli per l’educazione ambientale

di Claudio Angeloro (*)

E entratovi vidi un albero,
e dalle sue radici scorreva l’acqua,
ed era quella la sorgente dei quattro fiumi,
e lo Spirito di Dio riposava su quell’albero.
(Paolo, Apocalisse apocrifa)

INTRODUZIONE

La dimensione spirituale, religiosa delle foreste e degli alberi, ben nota e della quale pure un gran numero di autorevoli studiosi ha trattato, anche con originali e affascinanti ricerche, è la meno celebrata oggi e il riconoscimento di forme di sensibilità al mondo vegetale, che si stanno scoprendo molto più vicine a quelle del mondo animale di quanto si potesse presumere, pur indagate da tempo e oggi ormai comprovate, suscita scetticismo quando non genera ironia.

Eppure, generazioni di uomini, per secoli, hanno pregato davanti agli alberi e nelle foreste e, oggi, si va radicando sempre più, nella comunità scientifica, la convinzione che le differenze tra i fenomeni neurosensoriali manifestati dagli animali e quelli indagabili nelle piante siano davvero poco significative.(1)

Grazia Francescato nella prefazione all’edizione 2002 del libro di Peter Tompkins e Christopher Bird “La vita segreta delle piante”, invita alla riflessione con una bella iperbole: “Siamo alberi che camminano e non lo sappiamo. Mentre le piante sono umani con foglie e radici … e lo sanno”.

Nonostante la precoce intuizione delle molteplici funzioni e delle influenze che gli alberi esercitano nella biosfera (i romani distinguevano, tra gli altri, i boschi sacri delle fonti, dimostrando inequivocabilmente di essere del tutto consapevoli dell’intima connessione esistente tra la presenza della vegetazione arborea e quella dell’acqua), in epoche diverse, le foreste sono state oggetto di attenzione e tutela per la prioritaria produzione del legno, o piuttosto per la difesa idrogeologica, per la funzione igienico-ricreativa, per la tutela del paesaggio e, ultimamente, quali estremo baluardo di difesa dell’ambiente naturale e della diversità biologica. Alle foreste (ma non solo), siamo portati ad attribuire ancora e sempre un valore in funzione della materiale utilità che riteniamo possano avere per noi.

In fondo sono solamente lo spessore e la valenza di questa utilità che hanno determinato e che ancora determinano in qualche modo la loro conservazione.

LA DIMENSIONE SPIRITUALE DEGLI ALBERI

Non sapremo mai con certezza perché l’uomo di Neanderthal, circa 75.000 anni fa, comincia a seppellire i suoi morti.

Avverte forse di essere diverso dagli altri esseri animati che, pur essendo a volte pericolosi, grazie al suo intelletto riesce a dominare. E intuisce che da qualche parte deve esserci qualcosa che sfugge ai suoi sensi e che è l’artefice dell’immensa, meravigliosa architettura che lo circonda.

Cartesio sosteneva che le domande che ci poniamo su Dio sono la prova stessa della sua esistenza e della scintilla divina che è in ciascuno di noi.

Nell’intimo bisogno di materializzare questo qualcosa, l’albero ha rappresentato, insieme agli astri, alle pietre, a particolari luoghi e a taluni animali, una delle prime ierofanie.

Occorre osservare a questo proposito che, comunque si voglia considerare la sua origine, l’uomo nasce e vive in mezzo agli alberi.

L’albero morente in autunno, che perde le foglie e si riduce ad una sorta di scheletro, che però rifiorisce in primavera coprendosi nuovamente delle foglie e di colore, raffigura, nella fantasia dell’uomo, l’idea dell’immortalità, del perpetuarsi della vita. Nondimeno deve aver dato l’idea dell’immortalità l’albero sempreverde che resiste alle intemperie e sfida i rigori dell’inverno quando uomini e animali sono costretti a rintanarsi o soccombono.

Eppoi, l’albero che dona i frutti che sono cibo, le foglie, le radici e la corteccia che sono medicina, ed il legno, che è materiale per costruire ripari e utensili e che alimenta il fuoco per scaldarsi, è da subito immaginato la fonte stessa della vita. L’albero affonda le proprie radici nella terra, vive immerso tra le altre creature in uno straordinario intreccio di vitalità e protende costantemente verso il cielo i suoi rami alla ricerca della luce. Forse l’uomo ha intuito ben presto anche questa straordinaria similitudine col proprio essere. Anche se la luce che egli cerca è di diversa natura.

Ecco allora che gli uomini e gli stessi dei nascono dagli alberi. E negli alberi trovano dimora. L’albero è dunque degno di sacralità ed è infatti oggetto di adorazione e di culti religiosi.

Gli alberi sono stati immagine del Cosmo, immagine delle divinità, simbolo di vita, centro del Mondo e sostegno dell’Universo, ricettacolo di anime, simbolo di resurrezione e rigenerazione.

Le storie straordinarie relative agli alberi permeano la mitologia delle prime civiltà.

Alberi e boschi sacri, infeudati agli dei, si rinvengono presso i popoli dell’antica India, presso i Persiani, i Fenici, i Babilonesi, gli Egizi, i Greci, i Celti, I Romani.

Il frassino Yggdrasill raffigurato in un manoscritto islandese del XVII sec.

Il frassino Yggdrasill raffigurato in un manoscritto islandese del XVII sec.

Il frassino Yggdrasill della mitologia scandinava, ma anche l’albero Asvattha di quella indiana e il Kiskanu dei Babilonesi rappresentano altrettanti esempi di alberi cosmici: gli alberi che sorreggono l’universo, che uniscono i viventi con quelli che li hanno preceduti e il trascendente e intorno ai quali, nella perenne lotta tra il bene e il male, tutto si svolge.

Le struggenti, fantastiche storie di Apollo e Dafne, dei giovani amanti Piramo e Tisbe, degli anziani sposi Filemone e Baucide e di Ciparisso, insieme a quelle delle figure mitologiche trasformate in fiori quali Adone, Giacinto e Narciso, sono solo alcuni esempi dello stretto legame che intrecciava la vita degli uomini e degli dei agli alberi e al mondo vegetale.

Anche presso gli Ebrei, che credono nell’unico Dio creatore e che rifuggono dai simulacri, la presenza degli alberi è, ciononostante, variegata e fittissima nelle sacre scritture, dimostrando la persistenza di questo primordiale rapporto.

Il Paradiso, dove tutto ha origine, è qualcosa di molto simile ad una luminosa foresta nella quale “Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare tra cui l’albero della vita, in mezzo al giardino, e l’albero della conoscenza del bene e del male″ (Genesi 2,8).

Ed è un albero, meravigliosamente, lo strumento attraverso il quale si acquista l’immortalità: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!” (Genesi 3,22).

Anche virtù e grandezza degli uomini trovano negli alberi adeguata rappresentazione.

La Sapienza “È un albero di vita per chi ad essa s’attiene e chi ad essa si stringe è beato” (Proverbi 3,18) e il re Nabucodònosor è “Come un albero di grande altezza la cui cima tocca il cielo e che sostentava tutti i viventi (Daniele 4,7)”.

Dio stesso si mostra ad Abramo sotto le querce di Mamre, per predirgli la discendenza (Genesi, 18,1) e poi a Mosè, sotto forma di pruno ardente e inconsumabile, per consegnargli le tavole della Legge (Esodo, 3,2). Ancora alberi quali manifestazione del divino, non altro.

La vite, l’olivo e la palma, hanno poi, per ebrei e cristiani, un valore tutto particolare. La prima raffigura il popolo di Israele e le amorevoli cure che Dio, il Signore appunto della vigna, ha per il medesimo (Isaia 5,1; Osea 10,1; Ezechiele 15,1; Geremia 2,21). E Gesù stesso si proclama “vera vite” (Giovanni, 15,1).

L’olivo, insieme alla palma, è simbolo di pace ma anche di prosperità: i suoi virgulti rappresentano i figli della famiglia benedetta dal Signore (Salmi, 127).

Come non evidenziare poi che l’inizio e l’epilogo della Storia della Salvezza si svolgono sotto alberi: quello della conoscenza del bene e del male, radicato nel giardino dell’Eden e del quale Eva coglie e mangia il frutto proibito, e quello ridotto al legno della Croce, anch’essa, in fondo, ancora simulacro dell’albero cosmico che unisce nell’estremo atto pacificatorio, l’Umanità con il Dio creatore.

Nel complesso rapporto tra cristianesimo e dendrolatria(2), appare fuori dubbio il fatto che dopo l’iniziale e determinata avversione a questa, praticata dai primi evangelizzatori (famosi gli episodi della quercia di Geismar di San Bonifacio e del pino della Gallia di San Martino), anche i cristiani abbiano in qualche modo ritrovato l’originario afflato con il mondo vegetale. La foresta isola dal mondo e invita, ancora una volta, alla meditazione, all’ascesi, alla contemplazione del divino.
Diventa pertanto il luogo privilegiato per l’insediamento di eremi e monasteri. Sette alberi, il cedro, l’abete, il bosso, l’olivo, il biancospino, il mirto e l’olmo, per i monaci camaldolesi diventano subito simboli delle virtù alle quali improntare la propria esistenza; un faggio piega i suoi rami per proteggere san Giovanni Gualberto da una violenta tempesta; tra i rami di una quercia appare la Vergine; nel bosco della Verna riceve le stimmate san Francesco e sotto la chioma di un olmo le riceve san Pio. Gli alberi e le foreste non smettono di investire la spiritualità dell’uomo.

LA SENSIBILITÀ DEGLI ALBERI

Non ci riesce facile pensare e considerare che alberi, arbusti ed erbe, in quanto viventi e pulsanti, abbiano una qualche forma di sensibilità che non sia solamente e in qualche modo collegabile ai tropismi.

Siamo, oggi più che mai, istintivamente portati ad associare la vitalità con il movimento sicché, per quanto paradossale, pur sapendo che gli alberi sono vivi e respirano, in quanto perfettamente immobili, sfuggono al nostro concetto di vitalità: appaiono troppo diversi da noi e dagli animali.

Gli studi compiuti a partire dalla seconda metà del secolo XIX sul “comportamento” delle piante, e che stanno ritrovando recentemente nuovo impulso presso molte università ed istituti di ricerca, stanno dando ragione, su base sperimentale, del perché i nativi delle praterie americane, abbracciavano gli alberi prima di andare in battaglia, certi di riceverne forza e coraggio. E del perché i pazienti ricoverati nei luoghi di cura circondati dal verde guariscano più presto e meglio, o piuttosto del perché il rendimento dei lavoratori sia maggiore negli uffici o negli opifici dove il “verde” abbonda, con riduzione di stress e malattie(3).

Gli alberi, come tutti gli esseri viventi, reagiscono agli stimoli. Ma non solo nel senso che tutti siamo facilmente disposti a riconoscere. Sembrerebbe che essi, infatti, avvertano sensazioni, provino emozioni, abbiano memoria, elaborino percezioni e addirittura captino i pensieri della nostra mente.

Esisterebbe, insomma, una reale capacità degli alberi di interferire nell’ambiente e con gli uomini attraverso lo scambio di radiazioni elettromagnetiche, sempre meglio indagate e misurate, e di influenzare il nostro stato psicologico e finanche quello fisico.
Gli effetti benefici o dannosi comunemente noti e attribuiti a talune specie vegetali o a loro parti, non dipenderebbero dal contenuto di particolari sostanze chimiche, bensì dalle radiazioni che emettono. È stato rilevato, per esempio, che le molecole del chinino emettono radiazioni di lunghezza d’onda uguali a quelle emesse da matrici malariche, ma di segno esattamente opposto. Non v’è chi non veda in questo scenario, il prospettarsi di un filone di ricerca che si appalesa oltremodo affascinante e foriero di chissà quali innovazioni nel rapporto tra uomini e alberi.
Forse nella nostra intimità più profonda e inconsapevole la primordiale parentela
genetica con gli alberi è rimasta.

UNA CONSAPEVOLEZZA PIÙ ESTESA PER IL RISPETTO DELL’AMBIENTE E DELLE FORESTE

Ci sentiamo oggi completamente svincolati dagli alberi e dalla natura che abbiamo imparato a dominare totalmente. Questo rapporto, che ci vede in una posizione di assoluta supremazia, ci impedisce di considerare seriamente la necessità di coltivare l’armonia con essi.

Dal momento che questa situazione non è modificabile e che pure sembrano necessari una pacificazione e un ritrovato equilibrio tra esigenze umane e rispetto delle altre creature e dei loro habitat, bisognerà comunque sforzarsi di riscoprire autenticamente, se non la dipendenza dal mondo vegetale, che pure esiste visto che il mondo animale, uomo compreso, non ha luogo senza questi, almeno gli intimi arcaici legami che ci univano ad esso. Infatti, se è certo che da una cellula vegetale si sia distinta e poi evoluta la prima cellula animale, rimane affascinante l’antica credenza secondo la quale gli uomini derivano dagli alberi.

Oggi sappiamo che le piante hanno una insospettata “vita segreta” da noi ancora misconosciuta, eppure consideriamo le piante organismi “inferiori”, assolutamente non suscettibili delle attenzioni che invece siamo capaci di rivolgere, anche con una specifica legislazione, agli animali d’affezione.

Siamo inclini (forse troppo) ad “umanizzare gli animali”(4); molto meno a considerare le piante semplicemente come esseri viventi, perfettamente interagenti con le altre creature e con l’ambiente.

Recuperare questa consapevolezza può aiutarci a riconsiderare gli alberi e le foreste, non più come organismi o macrorganismi, per quanto complessi, troppo diversi da noi, ma più semplicemente e pienamente, come esseri viventi e pulsanti, degni dunque di considerazione in sé almeno pari a quella che profondiamo verso gli animali. Il riconoscimento di una importanza e di un valore che prescinde, finalmente, da ogni forma di utilità. Lo stesso che si deve ad ogni altro essere umano e, oggi sempre più spesso e diffusamente, si ripete, ad ogni animale.

L’approccio nei confronti di questa nuova “visione” degli alberi, per certi versi dirompente, non può più essere improntato allo scetticismo, ma (prendendo in prestito la regola delle “3 C” della selvicoltura sistemica) dovrebbe essere almeno “cauto nel facile giudizio, continuo nell’attenzione verso la ricerca e capillare nell’estensione dell’indagine”.

ESPERIENZE PERSONALI

Una considerazione, certo razionale, della sensibilità degli alberi insieme al rispetto della loro antica, ma non del tutto dimenticata sacralità, stimolando direttamente la sfera della nostra affettività, ci indurrà a guardarli in maniera diversa, nuova, più attenta. Forse addirittura fraterna.

Contribuendo a risvegliare in noi quella sopita “nostalgia del paradiso” che, secondo molti antropologi, cova nel profondo dell’animo umano, e che non può farci che bene.

Al riguardo ho già maturato, con piacere, qualche significativa, incoraggiante esperienza.

Per la partecipazione al concorso di educazione ambientale nazionale “Dal piccolo seme al grande albero, alla scoperta delle antiche foreste”, promosso dal Corpo Forestale dello Stato, un gruppo di bambini di una scuola primaria ha letteralmente “scoperto” il platano, prima del tutto ignorato, che troneggia nel cortile della scuola: era lì da sempre, ma, hanno confessato, non se ne accorgevano. Grazie al lavoro compiuto sotto la guida delle insegnanti, coadiuvate da personale Forestale qualificato, l’anonimo albero è ora divenuto non solo e non tanto qualcosa di cui conoscono bene il nome (Platanus, perché ha le foglie di forma simile al palmo della mano), l’origine,l’organografia e la fisiologia, ma soprattutto “Il vecchio e saggio maestro che ha visto crescere tanti bambini ai quali ha dato ombra durante la ricreazione con le sue mani” (pare che qualcuno abbia pure manifestato l’intenzione di annaffiarlo con vino avendo scoperto, durante le ricerche effettuate, che gli piace molto!)(5).

In Foresta, recentemente, durante una delle visite didattico-educative svolte sotto la guida del personale Forestale, ho notato un picco di sincera attenzione da parte degli studenti di un istituto superiore, quando, appunto con intenzioni esplorative, più che di biodiversità e di caratteristiche botaniche, si è narrato della ragione del terrore provato dai soldati romani all’ordine di Cesare di abbattere gli alberi di una oscura foresta della Gallia (Lucano, Pharsalia III), o quando si è argomentato su Yggdrasill, del calendario celtico degli alberi o dei sette alberi-virtù dei quali sopra si è fatto cenno.

Voglio infine ricordare che i miei figli, non mi consentiranno mai di eliminare il gelso bianco che 12 anni fa ho piantato nel piccolo giardino di casa (ho accarezzato, invero non troppo seriamente, questo desiderio perché è diventato enorme e poi, le more che non riesco a raccogliere sporcano parecchio l’area lastricata). Per loro, forse più che per me, pragmatico adulto, non è e non è mai stato semplicemente un albero, pur ignorandone le peculiarità botaniche: è parte della casa, quasi della famiglia; uno stimolo al ricordo; è il simbolo della vita che continua anche dopo una triste esperienza.

AUSPICIO

Abbiamo maturato nei confronti degli animali (certo, con particolare riguardo per quelli domestici, ma non solo) una considerazione affettiva che ci ha indotto a proteggerli con una legislazione che, per certi versi e paradossalmente, è più stringente di quella che protegge le persone(6). Gli animali si muovono, hanno reazioni generalmente rapide e osservabili, molte specie addirittura mostrano straordinarie similitudini etologiche con il genere umano. La pubblica opinione reagisce in genere con sdegno e ripugna gli episodi di gratuito maltrattamento o di ingiustificata violenza nei confronti di questi. Che si tratti di cavalli drogati per corse clandestine, o di bovini tenuti in stalle sudice o di cuccioli di cane stipati in anguste gabbie o di un piccolo di elefante al quale i bracconieri hanno ucciso la madre, i sentimenti più comuni sono l’empatia, la commozione.
Ho motivo di ritenere che di fronte alle migliaia di cadaveri vegetali, di ogni età e specie, che si possono contare anche su una piccola superficie percorsa dal fuoco, siano veramente pochi coloro che nutrono similari sentimenti: durante un sopralluogo effettuato in un bosco retrodunale, a pochi metri da una frequentata spiaggia, percorso tre giorni prima da un incendio, mi è capitato di assistere alla sincera commozione di una gentile signora per i poveri resti di una tartaruga; nessun accenno di emozione per i pini e gli arbusti ischeletriti e carbonizzati che pure le giacevano intorno.

Se è però vero che anche gli alberi sono vivi, pulsanti, sensibili, reattivi e interagenti, bisognerà prenderne atto in maniera diversa da come lo si è fatto finora.
E se è vero che le foreste e gli alberi sono stati “manifestazione del sacro”, occorrerà fare in modo che anche questo accresca il loro valore culturale.
Forse un giorno, non sarà solo il Royal Botanic Gardens di Sydney ad avere cartelli che invitano i visitatori all’abbraccio degli alberi(7) e sarà usuale vedere gente in siffatto atteggiamento, in città, nei parchi, nei boschi e la cosa non ci sembrerà affatto stravagante.

Sarà quello il tempo in cui ognuno avrà imparato a percorrere il bosco e a guardare agli alberi in una nuova, più giusta prospettiva.


(*) Funzionario del Corpo Forestale dello Stato – Capo dell’Ufficio Territoriale per la
Biodiversità di Foresta Umbra (FG) – claudio.angeloro@alice.it


Note

(1) A mero titolo indicativo si citano le ricerche e i lavori di Mircea ELIADE (Mith and Reality; Mythes, rêves et mysterés; Traité d’histoire des religions), di Jacques BROSSE (Mythologie des arbres; Les arbres de France), di Peter TOMPKINS e Christopher BIRD (The secret life of plants), di Alfredo CATTABIANI (Florario).

Cfr. anche: MANCUSO S., 2006 – Alcuni aspetti di neurobiologia vegetale. Silvae, 2 (4): 239-251.

(2) Cfr. MERLO V., 1997 – La foresta come chiostro. Ed. San Paolo, Torino. REMONDI G. (a cura di), 1996 – Religioni e ambiente. Atti del convegno internazionale interreligioso. Edizioni Camaldoli, Camaldoli (AR).

(3) NIERI M., 2011 – Il soffio benefico degli alberi. L’Italia Forestale e Montana, 66 (5): 409-413.

(4) Cfr. GAMBESCIA C., 2009 – Quando Nietzsche abbracciò un cavallo. I diritti degli animali: una ricognizione sociologica. Silvae, 5 (11): 39-46.

(5) Cfr. CATTABIANI A., 1998 – Florario. Ed. Mondadori, Milano; p. 368-372.

(6) Cfr. SANTOLOCI M., 2009 – Il maltrattamento degli animali e le pene accessorie. Silvae, 5 (11): 15-26.

(7) NIERI M., 2011 – Op. cit.

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Tratto con il consenso dell’autore da L’Italia Forestale e Montana / Italian Journal of Forest and Mountain Environments 68 (4): 201-208, 2013 – Accademia Italiana di Scienze Forestali FM LXVIII -4/2013
(qui è scaricabile in formato pdf==>>http://ojs.aisf.it/index.php/ifm/article/viewFile/866/829)

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