Dalla Repubblica all’Unità d’Italia, i cambiamenti ambientali e culturali nella gronda e nell’entroterra lagunare

RICERCHE 

Dalla Repubblica all’Unità d’Italia.  I cambiamenti ambientali e culturali nella gronda e nell’entroterra lagunare

di Ettore Aulisio

I –  La Conterminazione Lagunare: uno spazio da preservare
Negli anni 1791 e 1792, alla vigilia della fine della Repubblica di Venezia, fu portata a compimento la definizione della Conterminazione Lagunare, un‘opera decretata dal Senato della Serenissima sin dal 1610: la preservazione dello spazio lagunare e l’evitare ogni minima modificazione della sua morfologia furono una costante del Governo, anche nei periodi più precari della sua esistenza.

Cippo della conterminazione lagunare n. 69 a Passo Campalto

Cippo della conterminazione lagunare n. 69 a Passo Campalto

Le Leggi della Serenissima stabilivano gravissime pene per chi avesse violato la Conterminazione edificando all’interno delle lagune o sottraendo superficie alle acque: lo spazio lagunare doveva essere considerato uno spazio di difesa naturale e militare della città di Venezia, e per tale ragione doveva essere preservato.
Un esempio di quanto fosse viva e sentita la preoccupazione per la conservazione dell’ambiente ci è fornito da un modesto funzionario  dell’Ufficio Traghetti di Mestre: al tempo della seconda dominazione austriaca disponeva ai carri agricoli il divieto di accesso alle barene di Bottenigo, non solo perché quel traghetto era privato,  ma soprattutto perché con le loro ruote i veicoli potevano danneggiare le barene modificandone la morfologia. Ma questo è un esempio limitato, un retaggio di un antico modo di operare e di pensare, mentre molto diversi furono i provvedimenti adottati dai nuovi governanti.
Cessata di esistere la Repubblica di Venezia, vennero meno infatti alcune delle ragioni che avevano determinato l’opera di conterminazione: dal 1798 Venezia, la “città perfetta senza mura”, ma non più capitale e non più emporio commerciale, venne a far parte di un nuovo sistema politico in cui le era destinato un ruolo importante nelle operazioni militari dell’Adriatico e delle funzioni commerciali alternative al porto di Trieste che – soprattutto nel periodo della dominazione austriaca – fu il principale sbocco al mare dell’Impero. Proprio per il nuovo ruolo che le era stato assegnato, la città di Venezia e l’area della Laguna sotto le varie dominazioni straniere vennero militarizzate, sia con l’insediamento di numerose guarnigioni negli ex complessi monastici, sia con la costruzione di fortificazioni stabili in Laguna, nelle isole e in terraferma al margine della conterminazione.

Il forte austriaco di Marghera (Venezia) al tempo della Prima guerra d'indipendenza (1848)

Il forte austriaco di Marghera (Venezia) al tempo della Prima guerra d’indipendenza (1848)

La costruzione di fortificazioni stabili incise sempre più sulla morfologia lagunare le cui variazioni avvennero in tutto il secolo XIX, sia durante le dominazioni straniere, sia durante il Regno d’Italia. Le variazioni morfologiche della Laguna furono non solo conseguenza della costruzione delle opere militari, ma anche dei vari interventi civili quali la costruzione dei moli alle bocche di porto e l’approfondimento dei fondali per favorire la navigazione, l’utilizzazione infine di terreni barenosi per altri scopi (nuove strutture portuali, infrastrutture di comunicazione).
Le conseguenze più evidenti delle trasformazioni morfologiche allora intraprese e continuate sino ai nostri giorni, sono la riduzione delle superfici di barena, da 160 a 47 kmq., e i mutamenti della fauna e della flora lagunare.

II – La situazione ambientale e demografica a Terzo e Tessera e a Campalto
La militarizzazione della Laguna interessò solo parzialmente la zona di Gronda a Campalto e a Terzo e Tessera: il territorio, che al termine della Repubblica risultava essere in gran parte paludoso o soggetto alle inondazioni e alle acque stagnanti, cioè da alcuni secoli praticamente abbandonato a se stesso, continuò ad esserlo per tutto il periodo della seconda dominazione austriaca.
Da varie opere cartografiche risulta che, poco prima della caduta del Governo Veneto, la “parte di sotto della Villa di Tessera”  e ‘la parte superiore Villa di Terzo ’ (cioè gran parte del territorio) facevano parte della Podasteria di Torcello. La proprietà era di pochissimi possidenti, alcuni di essi rappresentanti l’antica ed esausta nobiltà veneziana, altri erano la Mensa Patriarcale e vari Ordini religiosi, tutti disinteressati al miglioramento agricolo.
I terreni erano in gran parte ricoperti da paludi di acque dolci, in misura minore da campi prativi o arativi.
Non si aveva più traccia né della centuriazione operata nel periodo altinate, né delle colonizzazioni effettuate dai Monasteri di Santo Stefano, di San Pietro e di Sant’Elena.
La parte orientale in genere era ricoperta da paludi, valli da strame e canna, valli da pesca e canneti; questa parte appariva praticamente disabitata.
Un piccolo bosco esisteva nella Villa di Tessera sotto Mestre.

Rilievo cartografico di tipo proto-catastale (sec. XVIII°) di alcuni boschi censiti a Tessera

Rilievo cartografico di tipo proto-catastale (sec. XVIII°) di alcuni boschi censiti a Tessera

Nel territorio vi erano solo tre tronchi di strada conducenti a Dese, a Favaro, alla laguna, e una strada che congiungeva Terzo a Tessera. Non figurava più il tratto della strada detta ‘Orlanda’ o via ‘Emilia Altinate’ che conduceva a Campalto: già in quell’epoca era stata abbandonata e incorporata in proprietà private.
Situazione solo in parte diversa si riscontrava a Campalto: le paludi erano meno estese, non esistevano più i boschi, la proprietà fondiaria, sempre accentrata in poche mani, era suddivisa in più poderi e le campagne apparivano meno disabitate.

Le vicende dell’Italia nel corrente 1796 vollero che tagliati fossero dopo tanti secoli i boschi di Campalto folti di Quercie ben grosse e ben alte.” (Giacomo Filiasi in “MEMORIE STORICHE DE’ VENETI PRIMI E SECONDI” (1811) tomo III ,Capo VIII pag. 237).

Le principali strade esistenti nel territorio erano la ‘antica via detta Orlanda’, interrotta verso Tessera, ma funzionante verso Mestre; la strada ‘del Passo’ detta pure ‘della Cavana’; la via Gobbi che con un incerto tracciato si dirigeva verso Favaro.
Lo stato del territorio di Terzo e Tessera e di Campalto è illustrato da altre mappe catastali del 1817 le quali confermavano la situazione esistente venti anni prima: uniche variazioni si riscontravano nella proprietà fondiaria in quanto, dopo la soppressione degli Ordini Religiosi e le innovazioni introdotte dai francesi, tra i vari possidenti figuravano anche alcune famiglie borghesi (Berna, Gazzato, Dal Canton, Giacomuzzi, ecc.). Anche per quanto riguardava la dimensione dei possedimenti si aveva una conferma della situazione precedente; ad esempio negli Atti allegati al Catasto Austriaco si precisava che nel Comune censuario di Terzo e Tessera: “vi sono grandi possessioni di terre arative, di moltissimi prati, pascoli e paludi. In genere sono composte da campi 20 arativi, 60 prativi, 40 pascolivi, 100 (anche 400) di paludi o valli, in genere in un unico corpo. Vi è qualche chiusura di 1-5 campi”.
Le maggiori novità introdotte dopo la fine della Repubblica furono quelle che riguardavano  l’amministrazione locale: dopo vari tentativi operati dall’Amministrazione Francese, nel 1819 fu istituito il Comune autonomo di Favaro che comprendeva anche le località che prima erano sottoposto alla Podasteria di Torcello: questo fu un evento importante per la futura vita della comunità che, però, sul piano amministrativo venne a distaccarsi maggiormente da Venezia.
Ulteriori notizie circa la situazione esistente nell’area a ridosso della Laguna, e non solo a Campalto e a Tessera e Terzo, sono fornite nel 1810, durante la dominazione francese, da una relazione del Sindaco del Comune di Porte Grandi che aveva il capoluogo amministrativo a Campalto. La relazione è conservata all’Archivio di Quarto di Altino (già San Michele al Quarto) ed era indirizzata al viceprefetto di San Donà, da cui allora quel Comune dipendeva (Vedi ricerca 7: “Campalto nel 1810”)
Per gran parte dell’ottocento, anche dopo il 1819  durante la seconda dominazione austriaca, non mutò in modo significativo la situazione del territorio e della popolazione che, oltre a subire le conseguenze negative delle guerre austro-napoleoniche, dovette affrontare una grave carestia negli anni 1815 e ’16.
Lo scarso numero di abitanti (meno di 500 persone) continuò a vivere in un territorio considerato non “salubre in nessuna stagione essendo posto in situazione infelicissima in mezzo a paludi e sulle sponde di Lagune venete fra acque dolci e salse “, colpito dalla malaria e dalle ricorrenti epidemie di colera e di vajolo, soggetto alle frequenti inondazioni. In queste zone malsane – dove spesso l’indice della mortalità era superiore a quello della natalità – la popolazione residente per molti anni risultò insufficiente alle necessità dei lavori agricoli per assolvere i quali ‘venivano chiamati temporaneamente lavoratori da altri paesi’.
Solo negli anni ‘40 del XIX secolo si riscontrò un lieve aumento della popolazione che, però, di nuovo diminuì ancora per qualche tempo dopo l’insurrezione di Venezia.
E’ infatti da ricordare che il territorio di Campalto durante l’assedio di Venezia fu molto interessato dai fatti bellici: l’argine destro dell’Osellino fu occupato dalle truppe veneziane, quello sinistro dalle truppe austriache che scavarono delle trincee in via Passo e bruciarono il natante che serviva per attraversare l’Osellino. Furono occupate dagli austriaci molte abitazioni e la canonica, la chiesa fu trasformata in ospedale; alcuni edifici  furono danneggiati da bombe provenienti da Forte Marghera. Alcuni giovani di Campalto si arruolarono nell’esercito veneziano, uno di essi fu anche ferito a Tre Porti; altre persone si allontanarono dal paese, ma non si sa se combatterono per Venezia.

Schieramenti Austriaci (in rosso) e Veneziani repubblicani (in azzurro) nella battaglia di Forte Marghera

Schieramenti Austriaci (in rosso) e Veneziani repubblicani (in azzurro) nella battaglia di Forte Marghera

Nel 1866, quando in agosto nelle campagne comparvero i primi soldati italiani, la popolazione di Campalto insorse contro il parroco accusato con il fratello di essere filo austriaco; il prelato, lasciati gli abiti talari, travestito da villico fuggì nottetempo; alla base della rivolta, a nostro parere, molto probabilmente non vi era alcun spirito patriottico, ma solo del vecchio rancore nei confronti dell’ecclesiastico.

III – Le risorse dell’ambiente lagunare
Per quella povera popolazione l’Osellino e le barene della Laguna rappresentavano delle risorse economiche e alimentari. Erano innanzi tutto zone dove effettuare la pesca, un’attività complementare a quella agricola; gli abitanti infatti nella quasi totalità erano indicati come villici, ma non come pescatori, anche se risulta che si cibassero di pescagione e che venissero assegnate annualmente delle postazioni per la pesca. Nelle valli salse si produceva il pesce novello (cefali, orate, triglie e anguille) che però non era destinato alla popolazione locale.
Nelle paludi da strame si producevano giunco o grolo di cui ogni anno si raccoglievano nelle zone migliori tre carri per ogni campo trevigiano, un carro e mezzo nelle zone peggiori; nelle paludi da canna ogni due anni vi era un solo taglio delle canne che veniva raccolte in manipoli.
Negli spazi intermedi tra l’argine dell’Osellino e la laguna dai terreni, ‘zerbi salsi’ o ‘maremme’ si  ricavavano vari prodotti: logli per l’agricoltura, piante per soda per le industrie vetrarie (salicornia soatica, salsola), e terra per mattoni per le fornaci.
In queste zone inoltre, poste ai margini della laguna in cui abbondante era la produzione di foraggi e stramatico, era diffusa la pratica di allevare molti bovini di cui “si fa commercio con Venezia e Mestre” e di “mantenere una o più vacche da frutto ad oggetto di vendere quotidianamente il latte nella vicina città di Venezia”. Infatti a Campalto, come ai Bottenighi, “la maggior parte bensì delle donne si portano quotidianamente a Venezia per vendere il latte che ritraggono dagli animali da frutto che ordinariamente mantengono in ogni possessione o chiusura”.

Stampa d'epoca raffigurante le "latariole" recanti il latte a Venezia dalle campagne

Stampa d’epoca raffigurante le “latariole” recanti il latte a Venezia dalle campagne

IV – Gli accessi alla Laguna: i ‘Passi’
Gli abitanti – per accedere a queste povere ‘risorse’ e per commerciare il latte e altri prodotti agricoli a Venezia – attraversavano l’Osellino in alcuni particolari punti detti comunemente ‘passi’. In realtà i ‘passi’ erano dei natanti che permettevano di attraversare il Canale, ma nel tempo col toponimo ‘passo’ si indicò anche la località dove il natante funzionava o dove esisteva un pontile per traghetto lagunare.
I ‘passi’ erano situati dove anticamente esistevano le palade; negli ultimi tempi della Repubblica di Venezia in questo tratto di gronda lagunare ne esistevano almeno tre: a Tombelle, a Campalto, e a Tessera. Un altro accesso alla laguna per il traffico fluviale si trovava alla foce del Dese, a Ca’ Vallesina, dove vi esisteva anche  una postazione di finanzieri.
a) – Passo Tombelle o Badoer:  una volta doveva essere piuttosto attivo, infatti in tempi più antichi esisteva una via la quale, attraversando una zona boschiva, collegava alla Stradella (via Orlanda) il Villaggio di Tombelle ove esisteva l’omonima palada: ”… est una via publica in dicta regula qua incipit ad Tombellum et vadit per nemora Tombelli et finitur super Stradelam” (….).   Il Passo era  posto nei pressi del villaggio di Tombelle e permetteva l’accesso alla laguna tramite il Ghebo Badoer che all’inizio dell’ottocento non era più in attività e veniva ricordato come “l’antico passo Badoer non più funzionante”. Non risulta che in quell’epoca vi fosse una strada di una certa importanza: solo un caresone andava dal fiume fino alla via Orlanda (forse l’attuale via Bagaron).
b) – Passo Tessera: era attivo al tempo della Repubblica e per un certo periodo svolse una importante funzione. In tempi remoti infatti esisteva una via pubblica che collegava il villaggio di Terzo alla palada di Tessera dove si caricavano le merci da portare a Venezia: “ubi onerantur qua portantur Venetias”.   La località probabilmente è da identificare con l’antico porto di Terzo.
Il passo funzionava alla fine del settecento e doveva essere ancora piuttosto frequentato come prova la presenza in riva dell’Osellino di un’osteria detta ‘di Tessera‘ (SEA Laguna, 122). In seguito la zona fu sempre meno abitata e quindi diminuì il flusso delle merci che da qui venivano portate a Venezia.
La vecchia strada che da via Orlanda portava alla laguna veniva ancora denominata via del Passo o del Passetto ai primi del novecento (ora è detta via Bazzera).
– Passo Campalto: era nell’ottocento il più importante Passo e raccoglieva gran parte del traffico proveniente da Campalto e da altre zone. Era situato nei pressi del ghebo Morosini, dove esisteva da un tempo immemorabile l’approdo di un traghetto di barche per Venezia.
Anche qui sorgeva un’osteria che – come tutta la località sulla riva sinistra dell’Osellino – era denominata ‘al Passo’. La località era anche detta della ‘Cavana’.
Nel 1874, durante il Regno d’Italia, in sostituzione del natante detto ‘Passo’ fu costruito un ponte di legno che permetteva l’accesso in modo più facile e più breve al pontile del traghetto; la zona prospiciente il ghebo Morosini, al di là dell’argine di conterminazione, fu in seguito indicata col toponimo di ‘Passo Campalto’, anche se il passo, come natante, non esisteva più. Vicino al pontile del traghetto era stato posto dalla Repubblica Veneta il cippo di conterminazione n° 69.
Il servizio del natante era pubblico ed era appaltato, per il passaggio era applicato un tariffario.
Anche per transitare sul  ponte di legno fu applicato il pagamento di un pedaggio secondo un tariffario che prevedeva il transito di animali e di carri.
La strada che congiungeva via Orlanda al Passo era considerata una delle più importanti del Comune di Favaro e per tale motivo doveva essere qualificata come ‘comunale’.

V – Il Traghetto di Campalto
A Campalto, al ghebo detto Morosini, funzionava un servizio di traghetto per Venezia.
Il servizio di traghetto, anche se dovette interrompere la propria attività per alcuni periodi a causa delle vicende militari e degli sconvolgimenti politici avvenuti dopo la caduta della Repubblica, riprese a funzionare con regolarità dopo il ritorno degli austriaci avvenuto nel 1814.
L’arciprete di Campalto, interpellato per iscritto dalla Deputazione municipale di Mestre, il 20 ottobre 1816 descrisse la situazione del pontile di approdo di Campalto dopo il ritorno degli Austriaci (vedi RICERCA 11: “Campalto: breve storia del traghetto lagunare”)
Dalla nota dell’arciprete risulta che il traghetto, funzionante da un tempo immemorabile, era stato sempre di  pubblico interesse: la struttura infatti era sempre stata riparata o dagli operai dell’Arsenale o dal personale della Finanza. Il concetto fu ribadito negli anni cinquanta quando fu concessa la gestione a Raganello Giovanni, esperto barcarolo.
Il funzionamento del traghetto doveva essere regolato insieme a quello di Mestre e di Fusina, ma il variare delle vicende politiche ed amministrative lo impedì. La regolamentazione ufficiale avvenne solo durante il Regno d’Italia. Negli anni ’50 venne costruita in muratura la caserma della Finanza sulle sponde del Ghebo.

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Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.

— Cesare Pavese, La luna e i falò, Einaudi (1950)

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