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DISCUSSIONI 2 Mestre per un museo, un museo per Mestredi Sergio BarizzaSono passati quasi ventanni da quando una particolare idea di museo per Mestre ha preso forma nel mio animo. Era linizio di maggio del 1986 (lo ricordo bene perché erano i giorni di Chernobyl e ci veniva raccomandato di non camminare nellerba alta ) quando con lassessore al patrimonio Silvano Ceccarelli e un gruppo di tecnici comunali mi recai in sopralluogo allex centrale del latte (Plip) di via San Donà a Carpenedo, in una parte restaurata della quale si pensava di ricavare una sede per larchivio storico (!). Da allora cominciò a maturare in me lidea di un museo nuovo, nei metodi e nei contenuti, per una città come Mestre così diversa dai mille borghi dItalia ricchi di storia e di arte. A livello di metodo mi sembrava essenziale superare il concetto del collezionismo, che rimane alla base della struttura dei musei veneziani (e non solo). A ciò potevano aiutare le recuperate carte dellarchivio, fino a quel momento (e per qualche anno ancora) abbandonate in un magazzino e nella soffitta di una scuola. Una città che non aveva mai avuto un museo tradizionale, dove i segni del passato sono (purtroppo) pochi e spesso dimenticati, abbandonati se non addirittura oltraggiati, ben si poteva prestare al tentativo del recupero della propria memoria attraverso altre strade che non fossero quelle tradizionali delle collezioni di reperti archeologici, quadri, statue, monete e quantaltro. In questo senso è stato un bene che non si sia realizzato un museo come laveva pensato e voluto, negli anni cinquanta, il professor Giuseppe Urbani de Gheltolf. Se la sua tenacia nel raccogliere elementi (per lo più lapidei) di un lontano passato fosse stata premiata oggi questo dibattito non ci sarebbe o avrebbe sicuramente unaltra piega. Invece possiamo tentare, assieme, di costruire il museo della città. Perché è proprio questa, a livello di metodo, la strada più stimolante da battere: non esiste alcun collezionista, non ci sono aree archeologiche rilevanti da cui ritrarre materiali dinteresse (e se un domani, grazie a Dio, emergessero, sarebbero da inserire, a mio avviso, in un percorso di museo archeologico diffuso che da qui per Altino e Concordia, sul tracciato della via Annia, dovrebbe terminare ad Aquileia) e allora raccogliamo e leghiamo assieme gli elementi della memoria che ognuno possiede (singoli individui e associazioni) per costruire un racconto che rappresenti e conservi la nostra storia, cominciando da quella più recente. La partecipazione diretta dei cittadini, che è punto qualificante della nozione stessa di museo diffuso accanto alla non unicità della sede, emerge perciò come elemento essenziale grazie alla produzione di documentazione, la raccolta di foto, oggetti e testimonianze orali. Partendo da queste considerazioni avevo elaborato nel 1994 lidea della Casa della memoria. Ricordo che ne parlai a un Gaetano Zorzetto ormai segnato dalla malattia i cui occhi brillarono di utopistica contentezza. Il disegno era semplicissimo: cominciamo a costruire il museo un po alla volta, abituiamo i mestrini a entrare in contatto con i segni della storia della propria città a cominciare dalle carte dellarchivio di cui ora disponiamo, pubblichiamo periodicamente dei percorsi storici su argomenti ben definiti (e vennero i cinque Quaderni dellArchivio), individuiamo un posto reperibile al più presto nellarea centrale perché sia ben visibile e la gente sia attratta, quasi spinta, ad entrarvi in cui alternare delle piccole mostre a tema (con fotografie, mappe, disegni ). Il luogo era anche stato individuato in villa Settembrini, per il cui uso Gaetano tentò vanamente un contatto con la Regione, poi ci si orientò sui locali Cattapan ai lati della Provvederia che sembravano presto acquisibili al patrimonio comunale (!). Ciò che rimane di questo metodo di lavoro è il consistente materiale, soprattutto fotografico, che è stato raccolto. A livello di contenuto le cose si dimostrano ancora più semplici e chiare. Il lavoro per la redazione della Storia di Mestre (prima edizione nel 1994, seconda nel 2003) mi portò alla convinzione (ora sembra di massima condivisa quasi da tutti, ciò che non era allinizio) che se un museo si deve realizzare deve essere un museo della città contemporanea. Devessere il luogo dove Mestre ripensa il suo recente passato attraverso la conoscenza degli eventi, degli uomini, delle scelte politiche, sociali ed economiche che lanno costruita come città. Un museo perciò del novecento perché in questo secolo un paese di 10.000 abitanti è divenuto una città di 200.000, ha ospitato una delle più grosse concentrazioni industriali dEuropa, è stato sottoposto a unurbanizzazione selvaggia, è un nodo strategico di viabilità e trasporti, deve fare i conti con una pesante ristrutturazione industriale e con una improrogabile bonifica delle aree precedentemente inquinate Qualsiasi turista che si reca a Venezia (anche chi vi arriva con laereo) non può non vedere questa città nuova a ridosso di unestesa zona industriale. Anche per loro potrebbe rivelarsi interessante potersi imbattere in alcuni luoghi che ricostruiscano e ripercorrano le vicende degli ultimi decenni, in primo luogo la modifica dellassetto territoriale con zone estese di barena e campi coltivati che divengono insediamento delle fabbriche più disparate e di quartieri urbani più o meno pianificati. Non ho scritto luoghi a caso perché è funzionale a una piena comprensione che i momenti di questa ricostruzione storica avvengano nei luoghi e allinterno di stabili che sono stati parte integrante di ciò che viene narrato (un capannone a Marghera per la storia industriale, forte Marghera e i forti del campo trincerato per la storia militare, una casa degli anni cinquanta per la vita degli operai ). Su questo punto ovviamente cè ancora strada da percorrere, non moltissima però: i forti già ci sono, cè limmensa raccolta di oggetti agricoli di forte Gazzera, il laboratorio di documentazione storica Giancarlo Ferracina, sul momento del passaggio dalla condizione di vita contadina a quella industriale, presso la scuola elementare Don Milani al villaggio Laguna di Campalto e più di qualche volta si sono sentite profferte di vario tipo sul possibile utilizzo di spazi a Marghera Quello che soprattutto conta è che, grazie al traino dellArchivio anche senza la Casa della Memoria, è stata intanto raccolta, da archivi pubblici e privati, una ricchissima documentazione soprattutto fotografica sia su Marghera che su Mestre. Questa doveva essere la base per la mostra Mestre novecento. Se è vero che numerosi intoppi burocratici ne hanno di molto dilatato i tempi è altrettanto vero che - per esorcizzare che non fosse fine a se stessa e che i suoi materiali, come troppo spesso è capitato finissero, una volta terminata, in un magazzino - il gruppo di lavoro, che ha continuato a raccogliere e produrre materiali, ha sempre legato la sua realizzazione allindividuazione di una seppur provvisoria sede del futuro museo, intesa ovviamente non in senso tradizionale ma come uno dei luoghi della futura rete o come (più possibilmente) quello centrale che avrebbe dovuto fungere da coordinamento dellintero sistema. Sulla base di questa considerazione qualche mese fa era stata individuata come possibile sede centrale la scuola De Amicis. Ora questipotesi sembra saltata. Ritengo sia del tutto inutile (se non addirittura dannoso) indire ancora conferenze o convegni: materiale ce nè moltissimo e qualcosa si può e si deve fare in tempi brevissimi. Occorre solo che un museo di questo tipo si voglia fare, che diventi uno degli obiettivi dellamministrazione su Mestre, che si coordinino le realtà esistenti e quelle in fase di studio, che si reperiscano almeno due luoghi in tempi brevissimi uno a Marghera per la storia del lavoro industriale e uno a Mestre come centrale di coordinamento. |