La memoria comune del dolore: Gerhard, uno di noi

RICERCHE

La memoria comune del dolore: Gerhard, uno di noi

di Sergio Barizza*

L’Associazione Terra Antica di Favaro Veneto allarga il campo della propria ricerca all’Europa.

Da quasi vent’anni la raccolta di testimonianze – scritte e orali – è uno degli obiettivi perseguiti con silenziosa tenacia.

Dal racconto delle vicende di quella singolare figura di partigiano, residente a Favaro, che fu ‘Bepi longo’ (Angelo Bellunato), raccolta nel 1994 e resa pubblica unitamente a quelle di Libertà Spina e Giovanni Felisati in un convegno al teatro Toniolo in occasione del cinquantenario della Liberazione (26/4/1995), a quelle della semplice vita nei campi (Come a Filò, 1997), di scolari e maestre sotto i bombardamenti (A scuola in tempo di guerra, 1999), della crescita sociale e urbana di Favaro e Campalto (La città che cambia, 2001, 2004 e 2005), della costruzione dell’aeroporto (Il paesaggio che cambia, 2002), per finire con l’iniziale raccolta e analisi degli strumenti stessi del lavoro nei campi (Sotto la neve pane, 1999) che portarono progressivamente all’allestimento del Laboratorio ‘Giancarlo Ferracina’ all’interno della scuola don Milani nel villaggio Laguna di Campalto, dove oggetti, foto, testimonianze raccontano attività lavorative e momenti di vita della nostra società agli albori della modernizzazione (Laboratorio di Documentazione Storica Giancarlo Ferracina, 2004).

Ora uno dei sentieri della vita ci ha fatto incontrare Gerhard Hoffmann.

I suoi lucidi ricordi, la precisa, chiara descrizione di quanto da lui vissuto negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, ci hanno convinto di unire la sua testimonianza alle nostre.
Un’apertura al mondo che significa allargare lo sguardo, comprendere e partecipare dell’immenso dolore degli altri.

La nostra vita agreste può apparire, al confronto, un semplice ricordo gratificante.

Perfino le nostre bombe, nella tragica primavera del ’44, sembrano una semplice, dolorosa variabile, di una vita sostanzialmente tranquilla.

E’ unica, ancora oggi sconvolgente, invece la distruzione totale delle città tedesche come appare agli occhi (e all’obiettivo fotografico) di Gerhard, che vi entra con le avanguardie dell’esercito americano (non da ‘liberatore’ ma da ‘occupante’, gli ricordavano i suoi superiori).

E’ raggelante la descrizione del campo di Gross Rosen, dove cercò di trovare qualche notizia sul fratello che vi era stato internato e di cui era stato comunicato alla madre il decesso per “collasso cardiaco”.

Un nome a noi sconosciuto: nella nostra mente risuonano Dachau, Buchenwald, Auswitz/Birkenau, Treblinka, Mauthausen … …

Gross_RosenAd Auswitz (come a Gross Rosen) sul cancello è scritto:”Il lavoro rende liberi”; a Buchenwald:”A ciascuno il suo”. Anche le espressioni più comuni e pacifiche sono state piegate a copertura dell’orrore, della più feroce distruzione che l’uomo abbia saputo pensare nei riguardi dei propri simili.

Sono stato in qualcuno di questi campi.

A Buchenwald mi ha colpito il contrasto tra il paesaggio dolcissimo del bosco di faggi e l’immagine di straziante desolazione delle baracche cintate da torrette e filo spinato.

A Treblinka la fantasia è volutamente spinta a immaginare il peggio: nel bosco non c’è nessun segno della presenza del campo (fu completamente distrutto prima dell’arrivo dell’esercito sovietico). In una larga radura si elevano dei massi squadrati di diverse dimensioni con inciso il nome della città di provenienza delle migliaia di persone che lì videro per l’ultima volta l’azzurro del cielo e il verde degli alberi.

Ad Auswitz/Birchenau la fantasia è invece tenuta prigioniera, costretta a non volare: le rotaie del treno che entrano fino a fianco della baracche, le macerie del forno crematorio, le torrette e il filo spinato, le montagne di capelli, di occhiali, di scarpe, di valigie, gli abitini e i giocattoli dei bambini…

Mai più così.

Senza alcuna retorica vogliamo portare il nostro contributo perché non si dimentichi, perché l’uomo, qualsiasi uomo, non ripercorra più quel sentiero.

Ringraziamo la sorte che ci ha fatto incontrare Gerhard (ma in fondo ce la siamo un po’ cercata perché ci siamo imbattuti in lui grazie al legame che coltiviamo da anni con amici austriaci animati dallo stesso desiderio di conoscenza e ricerca storica).

Le sue parole, anche quelle che ci dirà dal vivo, nell’incontro che è stato programmato per la fine di gennaio nell’auditorium di Favaro, saranno uno stimolo per la nostra ragione, un pungolo per la nostra volontà a continuare nella conservazione e raccolta di testimonianze, perché nel mondo sia definitivamente abbandonata la strada della violenza e dell’oppressione e si allarghi lo spazio della tolleranza e della pacifica convivenza.

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… Gli abitanti del pianeta Auschwitz non avevano nomi.
Non avevano né genitori né figli.
Non si vestivano come si veste la gente qui.
Non erano nati la’ né li concepivano.
Respiravano secondo le leggi di un’altra natura e non vivevano né morivano secondo le leggi di questo mondo.
Il loro nome era Ka-tzeninik e la loro identità era quella del numero tatuato nella carne dell’avambraccio sinistro
(Dalla testimonianza resa da Ka-tzetnik 135633 al processo Eichmann a Gerusalemme)
[K.Z. (Ka-tzet nella pronuncia tedesca) sono le iniziali di Konzentration Zenter (Campo di Concentramento). Ogni prigioniero di un K.Z. era soprannominato “Ka-tzetnik Numero…” – il numero personale di matricola tatuato sul braccio sinistro.]
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*Storico, Vice presidente dell’Associazione “Terra Antica”

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Perchè il colore del cielo ti faccia sempre alzare gli occhi e un fiore selvatico ti faccia chinare sulla riva di un fosso, perchè il fruscio di una foglia sia sempre una carezza del cuore…

— Renzo Franzin, ambientalista

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