8 marzo 1951: un ricordo e una domanda

DISCUSSIONI 9

8 marzo 1951: un ricordo e una domanda

di Ettore Aulisio

A quell’epoca non avevo ancora 17 anni e, con non molto entusiasmo, in una domenica marzo accompagnai mia madre a San Severino Marche per la Festa della Donna. Cose dell’altro mondo sembravano allora: i borghesi sfottevano, la stessa classe operaia sembrava piuttosto perplessa, per non parlare poi della maggioranza delle donne, abituate a fare i lavori domestici e a ubbidire agli ordini dei maschi.
Giunti a San Severino sostammo un po’ nella magnifica piazza, animata come ogni domenica dai tanti mezzadri che in occasione della Festa erano venuti in paese per andare a messa e all’osteria; poi entrammo nel Teatro Feronia, dove dominava il color rosso del palcoscenico e delle decorazioni dei palchi. C’era abbastanza gente, quasi tutti uomini: artigiani, muratori e manovali, qualche mezzadro.
Io mi sedetti in platea, in ultima fila, mi sentivo imbarazzato e, lo confesso, un poco mi vergognavo: il discorso lo doveva fare mia madre e io temevo che non ce l’avrebbe fatta (come si sa i figli hanno sempre poca considerazione dei genitori, poi quella era la prima volta che lei parlava in pubblico).
I dubbi non erano però solo miei, sentii qualcuno del pubblico che diceva:  “ma chi è quella donna? Sa parlare? Io non l’ho mai sentita, ma quelli di Macerata dicono che va bene; e poi che dici di questa festa, è la prima volta che la facciamo”.
Mia madre salì sul palcoscenico insieme a due o tre uomini, dopo un paio di interventi di presentazione incominciò a parlare.
Le parole uscivano fluide dalla sua bocca, una a una venivano a comporre un discorso semplice, ma ben argomentato, soprattutto a tutti comprensibile; io mi raddrizzai sulla poltroncina e cominciai a seguirla con più attenzione. Quella piccola donna, originaria di una famiglia della buona borghesia romana, che sedicenne aveva deciso di impegnarsi con chi lottava contro lo sfruttamento sociale e che, poco più che ventenne, era stata costretta ad andare esule in Francia, e che infine ancora giovane era rimasta vedova di un partigiano, quella piccola donna, dicevo, mentre  parla mi sembrava diventare sempre più grande, da sola riempiva il vasto palcoscenico.

Parlò del perché della Festa, della condizione delle donne e delle classi lavoratrici, del pericolo atomico, della necessità della pace per progredire, ecc. ecc. Non era un discorso femminista, ma il discorso di una donna che aveva scelto di impegnarsi politicamente con gli uomini per il riscatto delle classi più deboli, quindi anche delle donne.
Qualche anno fa ho ritrovato gran parte delle sue posizioni in alcuni scritti di Joice Lussu, quasi sua coetanea e compagna di lotte nell’UDI.
Anche il pubblico si dimostrò sempre più attento, cominciarono a sentirsi degli applausi: non si era lì solo per ordine del Partito, ma per ascoltare con attenzione. Ad un certo punto con meraviglia vidi che la commozione traspariva da quei visi di artigiani, mezzadri e manovali, visi quasi sempre scavati dal sole e dalla fatica.
Alla fine il discorso ebbe termine: non aveva parlato di libertà sessuale, dei diritti propri delle donne, della loro condizione subalterna, ecc.; aveva parlato dei diritti di tutti, degli uomini e delle donne e della necessità dell’impegno comune.
Poi andammo a mangiare in una piccola trattoria, mangiammo con una certa fatica perché venivano a salutare mia madre tante persone, uomini e donne insieme.
Questa fu la mia prima partecipazione alla Festa dell’otto marzo: ad essa ho ripensato spesso, soprattutto quando in Consiglio Comunale a Venezia discutemmo il nuovo Regolamento Comunale col quale si introducevano dei nuovi vocaboli per le donne: assessora, sindaca, ecc. ; le consigliere di tutti i gruppi, erano unite fra loro in questa battaglia che definivano ‘femminista’. Io ero perplesso, e lo sono tuttora: possibile che una vera battaglia per le pari opportunità debba esaurirsi nel modificare alcuni vocaboli della lingua italiana?     

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Rifaceva passo passo le corse di una volta; andava fino al bastione di Attila a contemplarvi il tramonto; là mi saziava di quel sentimento dell’infinito con cui la natura ci accarezza nei luoghi aperti e solinghi; guardava il cielo, la laguna, il mare; riandava le memorie della mia infanzia, pensando quanto era fatto diverso, e quante diversità ancora mi prometteva o mi minacciava il futuro.

— Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano

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