K. Z.

FASEMO FILO’

K. Z.    [1]

(Dalla testimonianza resa da Ka-tzetnik 135633 al processo Eichmann a Gerusalemme)

“Gli abitanti del pianeta Auschwitz non avevano nomi.
Non avevano né genitori né figli.
Non si vestivano come si veste la gente qui.
Non erano nati la’ né li concepivano.
Respiravano secondo le leggi di un’altra natura e non vivevano né morivano secondo le leggi di questo mondo.
Il loro nome era Ka-tzeninik  e la loro identità era quella del numero tatuato nella carne dell’avambraccio sinistro”.

 

[1] K.Z. (Ka-tzet nella pronuncia tedesca) sono le iniziali di Konzentration Zenter (Campo di Concentramento). Ogni prigioniero di un K.Z. era soprannominato “Ka-tzetnik Numero…” – il numero personale di matricola tatuato sul braccio sinistro.

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Tra le cose, pure, che muovevano molto la fantasia, c’era il Piave. Il Piave era per me insieme un piacere visivo e un piacere acustico, coi suoi vari rametti gorgoglianti tra le pietre bianche con questi colori straordinari del fondo, viola, azzurro, verde. E quello che era un rametto di fiume, nè largo nè profondo, diventava come il fiume segreto del cuore dell’Africa. Sugli ottocento metri mettiamo del greto, il fiume rappresentava solo cento metri. Tutto il resto era ghiaia, questa ghiaia cotta dal sole, con bei sassi tondi, e lì si aveva proprio il senso del deserto. Dico bene: il senso del deserto, quale l’ho ritrovato nei vari deserti dell’Africa.

— Dino Buzzati

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